Sondati o orientati?

Quando un sondaggio non si limita più a fotografare le nostre opinioni

Non passa giorno senza un sondaggio. Ci chiedono che cosa pensiamo della politica, di una decisione, di un personaggio, di una paura. Poi arrivano le percentuali, i confronti con la settimana precedente, le frecce che salgono e scendono. Tante società ci raccontano, con apparente precisione, ciò che «gli italiani pensano». A forza di ascoltarle, mi è venuta una domanda: stanno soltanto misurando il nostro pensiero, oppure contribuiscono anche a formarlo?

Una donna scrive nel proprio quaderno mentre una folla osserva grandi barre colorate che ricordano i risultati di un sondaggio.
Prima la mia rispostaLa folla guarda le percentuali; una persona si prende il tempo di capire che cosa pensa davvero.

Una fotografia che entra nella scena

Un sondaggio ben fatto può essere utile. Ci permette di conoscere opinioni diverse dalle nostre e di capire come cambia un Paese. Non è una colpa misurare ciò che le persone dichiarano. Ma una fotografia, una volta pubblicata, non resta appesa al muro: circola, viene commentata, diventa un titolo. La persona che domani dovrà scegliere la vedrà. E allora quella fotografia entrerà nella realtà che il sondaggio successivo proverà di nuovo a fotografare.

Non significa che ogni rilevazione manipoli chi la legge, né che tutti seguano il presunto vincitore. Qualcuno può perfino reagire in senso opposto. Il punto è più semplice: sapere che una posizione è maggioritaria può diventare, per alcune persone e in certe circostanze, un motivo in più per adottarla. La misura non è più completamente estranea a ciò che misura.

Il desiderio di non restare soli

Immagino una persona indecisa. Ha ascoltato ragioni contrastanti, non conosce bene un tema e scopre che «sette su dieci» la pensano in un certo modo. Potrebbe domandarsi se gli altri abbiano capito qualcosa che le sfugge. Oppure potrebbe temere di sembrare ingenua, strana, fuori dal coro. Non occorre cambiare idea per opportunismo: a volte basta lasciarsi rassicurare dal numero. Il numero sembra una risposta già esaminata da molti.

Ma una maggioranza descrive quante persone condividono un’opinione; non dimostra, da sola, che quell’opinione sia giusta. Se l’incertezza mi porta ad aggregarmi soltanto perché vedo una percentuale alta, nel sondaggio seguente contribuirò anch’io ad alzarla. È questa possibilità, non una legge inevitabile, che mi inquieta: un risultato presentato come previsione può aiutare a produrre il risultato previsto.

La gara delle percentuali

Mi infastidisce anche la quantità. Quando ogni giornata produce una nuova classifica, una piccola oscillazione viene raccontata come una svolta. Si parla di chi sale, di chi crolla, di chi «ha già vinto», spesso più che delle idee in discussione. L’attenzione si sposta dalla domanda «È una proposta buona?» alla domanda «È una proposta popolare?». Sono due domande diverse; confonderle impoverisce il giudizio.

Una percentuale, inoltre, non parla da sola. Dipende da chi è stato intervistato, da come è stata posta la domanda, dal momento in cui è stata raccolta la risposta e dall’incertezza della rilevazione. Questi dettagli raramente hanno la forza di un titolo. Eppure senza di essi il numero rischia di diventare più autorevole di quanto meriti.

Decidere prima di guardare

Io provo a difendermi in un modo molto semplice: prima mi chiedo che cosa penso, poi, se serve, guardo che cosa risulta dal sondaggio. Metto in ordine i miei criteri: quali fatti conosco, quali valori considero importanti, quali conseguenze mi sembrano accettabili. Solo dopo ascolto gli altri. Se cambio idea, vorrei farlo perché ho incontrato un argomento migliore, non perché una barra è diventata più alta.

Ignorare del tutto i sondaggi può essere una mia scelta, soprattutto quando l’ennesima rilevazione non aggiunge conoscenza. Ma l’indipendenza non consiste nel fare sempre il contrario della maggioranza. Anche quello significherebbe lasciare che sia il sondaggio a decidere per me, soltanto con il segno invertito. Posso essere d’accordo con molti; voglio soltanto sapere perché.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Vorrei che imparaste a distinguere una notizia da un ordine. Sapere che cosa pensano gli altri può aiutarvi a capire il mondo; non deve risparmiarvi la fatica di pensare. Prima di cercare la percentuale, formulate la vostra domanda. Prima di seguire un vincitore annunciato, chiedetevi se ne condividete davvero le ragioni. E se vi sentite soli in un’opinione, non scambiate quella solitudine per la prova di avere torto. Cercate argomenti, ascoltate obiezioni, cambiate pure idea quando occorre: ma lasciate che il cambiamento sia vostro. Un sondaggio può contare le risposte. Non deve prendere il posto della vostra.

Papy