Ci sono parole che usiamo con troppa facilità. Sacrificio è una di queste. La pronunciamo davanti a una fatica, a una rinuncia, a un periodo difficile, come se bastasse osservare quello che una persona sta facendo per capire quanto le costa davvero.
Io credo che manchi una domanda: che cosa rischia di perdere? E subito dopo ne viene un’altra: se volesse smettere, potrebbe tornare alla vita di prima?
La gavetta con un posto già pronto
Immagino il figlio del proprietario di un’azienda che comincia lavorando in reparto. Indossa la stessa tuta degli altri, rispetta gli orari, impara un mestiere. Magari nessuno sa chi sia. A fine giornata ha davvero le mani sporche e la schiena stanca. Questo non lo nego.
Può essere una scelta intelligente. Chi un giorno dovrà dirigere un’impresa farebbe bene a conoscere il lavoro delle persone che la fanno funzionare. Può imparare molto, purché sia disposto ad ascoltare e non consideri quell’esperienza una cerimonia prima di occupare una scrivania già riservata.
Ma se dietro quella tuta rimangono un patrimonio, una famiglia pronta a intervenire e un futuro assicurato, la sua condizione non è quella dell’operaio accanto a lui. Uno sa che quel periodo finirà. L’altro può non sapere se il mese successivo avrà ancora uno stipendio. Uno può permettersi di sbagliare senza compromettere la propria casa; l’altro deve pensare anche a chi lo aspetta a tavola.
Perciò, quando questa gavetta viene raccontata come se dimostrasse che lui ha conosciuto tutte le difficoltà di chi parte senza protezioni, io mi fermo. Ha conosciuto un lavoro. Non necessariamente la condizione di chi dipende da quel lavoro. La fatica può essere la stessa. La paura del domani no.
La povertà non è un vestito
Se io sono ricco e decido di vivere per un mese con pochissimo, posso rinunciare alle comodità, mangiare male, dormire in una stanza scomoda. Posso persino provare imbarazzo nel chiedere qualcosa. Ma so dove sono i miei soldi. So che esiste una telefonata capace di interrompere quella situazione.
Questa consapevolezza viene con me anche se lascio a casa il portafoglio. Non occorre usare una sicurezza perché quella sicurezza cambi il modo in cui vivo una difficoltà.
Chi è davvero povero, e non ha qualcuno su cui contare, non può decidere che l’esperienza è stata abbastanza istruttiva e tornare alla normalità. Deve chiedersi come pagare una bolletta, che cosa fare se si rompe la macchina, come affrontare una spesa imprevista. Anche una giornata tranquilla può essere attraversata dalla paura di quella successiva.
La povertà non è soltanto avere poco oggi. È anche non sapere su che cosa potrai contare domani. Posso avvicinarmi a quella realtà, ascoltare, aiutare. Ma non mi basta imitarne per qualche tempo le condizioni esterne per potermi dire uguale a chi ci vive dentro.
La domanda sulla morte di Gesù
È questo ragionamento che mi porta a una domanda più scomoda: è sacrificio la morte di Gesù, se sa che risorgerà? Nel Vangelo di Marco, Gesù annuncia ai discepoli la propria morte insieme alla risurrezione dopo tre giorni. La mia domanda nasce dunque da un elemento del racconto, non dal desiderio di inventare una provocazione. (Marco 8,31)
Devo però tenere presente anche il resto: lo stesso Vangelo descrive nel Getsemani la sua paura e la sua angoscia. Non presenta il dolore come una finzione. La prospettiva di superare una sofferenza non la rende automaticamente meno reale mentre la si attraversa. (Marco 14,33–36)
So inoltre che, nella fede cattolica, il sacrificio di Cristo viene inteso come offerta libera della propria vita per amore e per la salvezza degli uomini, non come una scommessa dall’esito sconosciuto. È un significato preciso, che posso discutere senza attribuirgli qualcosa di diverso. (Catechismo della Chiesa Cattolica, 609 e 612–614)
Eppure la mia obiezione resta. Se so che la morte non avrà l’ultima parola su di me, non mi trovo nella stessa condizione di chi affronta la perdita della propria vita senza poter contare sulla certezza di tornare. Non sto dicendo che il dolore scompaia. Sto dicendo che sapere come finirà cambia il significato di ciò a cui si rinuncia.
Non metto sullo stesso piano la Passione e una gavetta protetta: le esperienze sono evidentemente diverse. Interrogo il criterio con cui usiamo una parola. Non contesto la realtà della sofferenza. Contesto che la certezza del ritorno sia irrilevante quando parliamo di sacrificio.
Chi non torna alla propria vita
Quando penso a chi nella storia ha pagato con la vita la scelta di proteggere altri, il mio pensiero va anche a tutto ciò che quella morte ha interrotto. Non soltanto il respiro, ma le giornate ancora da vivere, i figli da vedere crescere, le persone da abbracciare, le cose rimaste da dire.
Non posso conoscere l’intimo di ciascuno. Qualcuno avrà avuto una fede religiosa, qualcuno una speranza, qualcuno nessuna delle due. Ma sperare in una vita oltre la morte non è la stessa cosa che avere la certezza di una risurrezione dopo pochi giorni. Il mio ragionamento riguarda questa differenza, non pretende di dimostrare che cosa esista o non esista nell’aldilà.
Ci sono persone che non sono tornate alla casa dalla quale erano uscite. Chi è rimasto ha dovuto continuare a vivere con quell’assenza. Quando penso al sacrificio nel suo significato più radicale, penso a ciò che hanno perduto e che nessuno, nella vita che conosciamo, ha restituito loro.
Non voglio fare una classifica dei morti o decidere chi abbia sofferto di più. Vorrei soltanto che il loro gesto non diventasse una nota a margine: anche chi non ha avuto un ritorno da raccontare merita di essere ricordato.
Non basta soffrire per sacrificarsi
Questo non significa che soltanto chi muore possa fare un sacrificio. Si può rinunciare a un’occasione importante, a una parte dei propri risparmi, a un tempo che non tornerà, per prendersi cura di qualcuno o rimanere fedeli a ciò che si ritiene giusto. Si può sperare che le cose vadano bene e, nello stesso tempo, pagare un prezzo autentico.
Per me, nel senso più esigente della parola, sacrificarsi significa lasciare qualcosa di proprio e di prezioso per un bene che non coincide soltanto con la propria convenienza. Non basta faticare, né basta subire una disgrazia. E non basta rinunciare per qualche giorno a ciò che rimane comunque al sicuro, per rivendicare il peso di chi potrebbe perderlo davvero.
Non è il patrimonio di una persona a rendere falsa ogni sua rinuncia. Anche chi ha molto può dare qualcosa che gli costa realmente. Ma non mi convince una misura che guarda soltanto il gesto e trascura ciò che resta a chi lo compie: le alternative, le protezioni, la possibilità di recuperare.
La misura di quello che diamo
Due persone possono offrire la stessa somma e rinunciare a cose molto diverse. Per una può essere una spesa quasi impercettibile; per l’altra, il progetto al quale teneva da anni. Non occorre disprezzare la prima offerta per riconoscere che la seconda ha un altro peso nella vita di chi la fa.
Il problema comincia quando chi è protetto usa la propria fatica per spiegare agli altri che, se lui ce l’ha fatta, possono farcela tutti allo stesso modo. Oppure quando pretende di aver conosciuto dall’interno una paura dalla quale è sempre stato possibile mettersi al riparo.
Prima di raccontare quanto ho sacrificato, dovrei avere l’onestà di dire anche quali sicurezze non ho mai perso. Non diminuisce il valore dell’impegno. Gli restituisce le sue proporzioni.
E non vorrei che da questo ragionamento nascesse l’elogio della miseria. Chi vive senza protezioni non deve essere costretto a diventare un eroe. Ha diritto a desiderare una vita meno faticosa. Riconoscere il peso della sua condizione dovrebbe spingerci ad alleggerirlo, non a trovare belle parole per lasciarglielo sulle spalle.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, vi auguro di avere sicurezze, possibilità, persone sulle quali contare. Non desidero vedervi soffrire per dimostrare che valete. Se la vita vi offrirà una strada meno dura, percorretela senza vergogna, ma senza dimenticare ciò che l’ha resa possibile.
Quando incontrerete qualcuno che fatica, non fermatevi a confrontare le ore di lavoro con le vostre. Chiedetevi quali preoccupazioni lo accompagnano a casa. Che cosa succederebbe se perdesse quel posto? Chi potrebbe aiutarlo? Quanto spazio ha davvero per scegliere?
Se potrete fare del bene, fatelo senza vestirvi delle difficoltà altrui per sentirvi migliori. Non serve fingere di essere poveri per condividere qualcosa con chi ha poco. Serve essere sinceri sulle proprie possibilità e usarle con responsabilità.
E conservate la libertà di fare domande, anche davanti alle parole più solenni. Non per il gusto di contraddire, ma per capire. Ascoltate le risposte, riconoscete ciò che non sapete e non rinunciate per questo a esprimere un dubbio onesto.
Quando parlerete di sacrificio, pensate a ciò che una persona ha dato, a ciò che le è rimasto e a ciò che non potrà più riavere. Dietro lo stesso gesto possono esserci vite profondamente diverse.
Il sacrificio non si misura soltanto da ciò che si sopporta, ma anche da ciò che si lascia, senza la certezza di riaverlo.
Papy