"Un bambino ha bisogno di riconoscersi, ma ha anche bisogno di guardare più in alto di sé."
Nota dell'autore. Questo testo non propone un ritorno a un'unica forma di famiglia o a un unico modo di vivere. Difende piuttosto il valore della pluralità dei racconti e, dentro quella pluralità, il diritto di continuare a rappresentare la stabilità, la responsabilità, la fedeltà, il coraggio e la cura come qualità degne di ammirazione.
Premessa - Non è soltanto nostalgia
Da bambino leggevo con ammirazione Blek Macigno, Capitan Miki e il Comandante Mark. Erano storie semplici, a volte perfino ingenue. Il bene e il male avevano confini abbastanza netti, l'eroe sapeva da che parte stare e il lettore sapeva perché lo ammirava. Non erano trattati di filosofia morale; erano fumetti d'avventura. Eppure, tra una cavalcata, un inseguimento e uno scontro con i cattivi, trasmettevano qualcosa che restava: onestà, coraggio, amicizia, altruismo, lealtà, rispetto della parola data.
Oggi posso sorridere di quella semplicità. So bene che la vita adulta non è costruita come una tavola a fumetti. Le persone migliori possono sbagliare; chi commette un errore non diventa per questo un cattivo; due ragioni possono scontrarsi senza che una delle due sia completamente falsa. Crescere significa anche perdere certe semplificazioni. Ma non sono convinto che crescere debba significare perdere anche gli ideali.
Questa riflessione nasce proprio da qui. Non dal desiderio di tornare indietro, né dalla pretesa che la società debba essere identica a quella della mia infanzia. Il mondo è cambiato e molti cambiamenti hanno ampliato libertà, possibilità e visibilità. La domanda è un'altra: mentre imparavamo a raccontare una società più complessa, abbiamo forse smesso di proporre modelli a cui aspirare? Abbiamo sostituito l'eroe imperfetto ma orientato da valori con il personaggio interessante proprio perché non ha alcuna direzione?
Quando un eroe serviva anche a indicare una strada
Blek, Capitan Miki e il Comandante Mark appartenevano a un immaginario in cui l'avventura non era separata dalla morale. L'eroe combatteva, certo, ma non era ammirato soltanto perché era forte. Era ammirato perché metteva la forza al servizio di qualcosa: difendeva i più deboli, non tradiva gli amici, affrontava un rischio che avrebbe potuto evitare, rinunciava talvolta a un vantaggio personale.
Lo stesso meccanismo si ritrovava in moltissime narrazioni popolari. Nei western classici lo sceriffo poteva avere paura, ma usciva comunque sulla strada principale. Nei romanzi d'avventura il protagonista poteva essere tentato dalla ricchezza, ma il tesoro non valeva il tradimento di un compagno. Nei racconti per ragazzi, da Pinocchio a certi classici televisivi, l'errore aveva conseguenze e la crescita consisteva nel diventare più responsabili, non semplicemente più abili a ottenere ciò che si desiderava.
Naturalmente quei mondi avevano limiti evidenti. I personaggi femminili erano spesso secondari, molte realtà sociali erano assenti e la complessità psicologica non era sempre il punto forte. Ma un limite di rappresentazione non cancella necessariamente il valore di ciò che veniva rappresentato. Possiamo correggere le omissioni senza essere obbligati a gettare via anche il nucleo morale di quelle storie.
Un bambino ha bisogno di riconoscersi, ma ha anche bisogno di guardare più in alto di sé. La rappresentazione gli dice: "anche tu esisti". Il modello gli dice: "anche tu puoi diventare migliore". Sono due funzioni diverse e possono convivere.
Dal personaggio esemplare al personaggio visibile
Con il tempo il sistema dei media ha cambiato il criterio con cui una persona diventa importante. In passato la celebrità era spesso la conseguenza di un mestiere riconoscibile: il cantante era famoso perché cantava, l'attore perché recitava, il calciatore perché giocava. Si poteva ammirare il lavoro senza sapere quasi nulla della vita privata.
La televisione contemporanea ha creato invece una figura nuova: il personaggio che è famoso soprattutto perché è visibile. Reality show, programmi sentimentali, social network e cronaca dello spettacolo hanno trasformato l'esposizione stessa in una competenza. Il corteggiatore, il tronista, l'influencer o il concorrente televisivo non sono necessariamente persone peggiori delle altre; il punto non è giudicare moralmente chi svolge quel ruolo. Il punto è capire quale qualità viene premiata dal sistema che li rende centrali.
Se ciò che riceve attenzione è soprattutto la capacità di occupare lo spazio pubblico, allora il messaggio implicito cambia. Non conta più soltanto saper fare qualcosa; conta essere guardati. Non conta soltanto meritare stima; conta generare attenzione. E l'attenzione, a differenza della stima, non distingue necessariamente tra ciò che è nobile, utile, assurdo o provocatorio.
È un passaggio importante. Il vecchio eroe poteva essere irrealistico, ma indicava una direzione. Il nuovo personaggio può essere molto realistico, ma spesso non indica nulla: mostra se stesso.
La fama come valore e il rischio dell'imitazione
Un adulto può osservare un reality con distacco. Un bambino o un adolescente, invece, impara anche attraverso l'imitazione. Non imita soltanto i comportamenti; impara quali comportamenti ricevono ricompense. Se vede che la generosità è silenziosa mentre la provocazione produce migliaia di reazioni, può concludere che essere notati sia più importante che essere stimati.
Non serve immaginare un complotto culturale. È sufficiente il funzionamento economico dei media: ciò che trattiene lo spettatore viene riproposto. Il conflitto trattiene; la riconciliazione spesso meno. Lo scandalo trattiene; la normalità meno. La frase aggressiva circola; il gesto quotidiano di responsabilità raramente diventa virale.
Eppure gran parte della vita reale è costruita proprio da azioni non spettacolari: un genitore che si alza presto ogni mattina, una persona che assiste un familiare, un insegnante che prepara con cura una lezione, un lavoratore che aiuta un collega senza ricavarne un vantaggio, qualcuno che restituisce un portafoglio trovato per strada. Sono gesti poco televisivi, ma sono la struttura portante di una società affidabile.
Il problema, quindi, non è che esistano personaggi leggeri. Sono sempre esistiti e continueranno a esistere. Il problema nasce quando la leggerezza occupa quasi tutto il palcoscenico e la normalità virtuosa diventa narrativa invisibile.
"L'attenzione non è la stessa cosa della stima."
Anche la famiglia è diventata un racconto diverso
Lo stesso cambiamento si può osservare nel modo in cui cinema e televisione raccontano la famiglia. Per molti decenni la famiglia tradizionale - padre, madre, figli - era quasi il punto di partenza automatico di una storia. Spesso era rappresentata in modo idealizzato e talvolta ipocrita: si mostravano poco i conflitti, le violenze domestiche, le separazioni, le solitudini e tutte le situazioni che non rientravano nel modello dominante.
Era inevitabile e giusto che la rappresentazione si ampliasse. Le famiglie separate esistono. Le famiglie ricostituite esistono. Le coppie omosessuali esistono. Esistono persone che crescono figli da sole, persone che non vogliono sposarsi e persone che costruiscono legami affettivi in forme diverse da quelle tradizionali. Una cultura che racconta la società non può fingere che queste vite non ci siano.
Ma la pluralità dovrebbe significare aggiungere, non sostituire. Il problema non è vedere una coppia omosessuale sullo schermo; il problema sarebbe arrivare al punto in cui diventa difficile vedere, con la stessa dignità narrativa, anche una coppia sposata da trent'anni che attraversa una crisi e decide di affrontarla insieme. Non perché una sia moralmente superiore all'altra per definizione, ma perché anche la durata, la fedeltà e la capacità di riparare un rapporto sono esperienze umane degne di essere raccontate.
La vera pluralità non stabilisce una nuova normalità obbligatoria. Mostra molte possibilità e permette di confrontarle. Una coppia che si separa può essere una storia autentica. Una coppia che decide di non separarsi alla prima difficoltà può esserlo altrettanto.
Il valore narrativo della promessa
C'è una parola che nelle narrazioni contemporanee sembra avere perso fascino: promessa. Una promessa è interessante proprio perché limita la libertà futura. Dire "ci sarò" significa accettare che domani io possa non averne voglia e che, nonostante questo, la parola data continui ad avere un peso.
Il matrimonio, al di là della forma religiosa o civile e al di là del sesso delle persone che lo contraggono, contiene esattamente questa idea: trasformare un sentimento presente in un impegno verso il futuro. È un'idea esigente, perché i sentimenti cambiano mentre l'impegno pretende continuità. Non sempre l'impegno può o deve essere mantenuto: esistono relazioni distruttive e situazioni in cui separarsi è necessario. Ma tra "bisogna restare insieme sempre" e "se qualcosa non funziona, si cambia immediatamente" esiste uno spazio enorme: quello del tentativo, della responsabilità, della riparazione.
Raccontare quello spazio sarebbe culturalmente prezioso. Una coppia che discute, si ferisce, si comprende meglio, cambia abitudini e riesce a ricostruire non è meno moderna di una coppia che si separa. È semplicemente un'altra storia possibile. E può essere, anch'essa, un modello.
La famiglia imperfetta è più interessante della famiglia perfetta
Non rimpiango le famiglie di cartapesta, dove il padre aveva sempre ragione, la madre sorrideva e i figli imparavano la lezione negli ultimi cinque minuti. Quel modello era rassicurante ma spesso poco credibile. La famiglia che vorrei vedere più spesso raccontata oggi è diversa: è imperfetta.
Vorrei vedere genitori che sbagliano e chiedono scusa ai figli. Figli che attraversano un periodo difficile e non vengono immediatamente abbandonati al loro destino. Fratelli che litigano per un'eredità e poi scoprono che il legame vale più del denaro. Coniugi che attraversano la malattia, la disoccupazione, l'invecchiamento, un fallimento economico o semplicemente la noia, e devono decidere ogni volta se il "noi" ha ancora un significato.
Queste storie non sarebbero propaganda della famiglia tradizionale. Sarebbero racconti sulla responsabilità. E la responsabilità non appartiene a una sola forma familiare: può esistere in una coppia eterosessuale, in una coppia omosessuale, in una famiglia ricostituita o in un genitore solo. Il vero confronto interessante non è tra etichette, ma tra modi di vivere i legami: usarli finché convengono oppure custodirli quando richiedono fatica.
Dal lavoro come mestiere al lavoro come gara
Anche il mondo del lavoro ha cambiato linguaggio e immaginario. Da una parte è positivo che si parli di ambizione, competenze, autonomia e realizzazione personale. Dall'altra, l'idea della competizione permanente rischia di trasformare ogni collega in un possibile avversario e ogni risultato in una classifica.
Nel vecchio racconto popolare il bravo lavoratore era spesso quello affidabile: sapeva fare il proprio mestiere, manteneva la parola, insegnava qualcosa al giovane, non lasciava un collega nei guai. Oggi il modello dominante è più frequentemente quello di chi "emerge", "si vende", "costruisce il proprio personal brand", scala posizioni e rende visibili i risultati.
Non c'è nulla di male nel desiderare successo. Il problema nasce quando il successo smette di essere una conseguenza del lavoro e diventa il criterio con cui misuriamo il valore della persona. Una società ha bisogno anche di persone che fanno bene cose che nessuno applaude: tecnici, infermieri, artigiani, impiegati, insegnanti, genitori, volontari, vicini di casa. Persone che tengono in piedi sistemi complessi senza diventare personaggi.
Forse uno dei nuovi eroi di cui avremmo bisogno è proprio l'eroe competente e invisibile: quello che risolve un problema e non sente il bisogno di trasformarlo immediatamente in un racconto su se stesso.
I vecchi eroi avevano difetti, ma il difetto non era il programma
Una delle obiezioni più comuni ai vecchi modelli è che fossero troppo semplici. È vero. Ma oggi rischiamo l'eccesso opposto: confondere profondità con ambiguità morale. Un personaggio non diventa automaticamente più interessante perché tradisce, mente, manipola o pensa soltanto a se stesso.
La grande narrativa ha sempre conosciuto protagonisti pieni di contraddizioni. Don Chisciotte è ridicolo e magnifico; Pinocchio mente e sbaglia continuamente; Renzo e Lucia non sono supereroi; perfino molti protagonisti dei fumetti classici hanno debolezze, impulsività e limiti. La differenza sta nel rapporto tra difetto e direzione. Il personaggio può sbagliare, ma la storia riconosce che c'è qualcosa verso cui vale la pena tendere.
L'imperfezione è umana. L'assenza di qualsiasi criterio è un'altra cosa. Se tutto è soltanto gusto personale, convenienza o strategia, non resta più molto da insegnare oltre alla capacità di adattarsi.
Che cosa dovrebbe offrire una cultura ai bambini
Una cultura destinata ai più giovani dovrebbe probabilmente fare tre cose insieme: rappresentare, proteggere e sfidare. Rappresentare significa far capire a un bambino che persone simili a lui hanno diritto di esistere. Proteggere significa non scaricargli addosso troppo presto ogni cinismo del mondo adulto. Sfidare significa mostrargli una versione di sé un po' migliore di quella attuale.
È soprattutto quest'ultima funzione che temo si sia indebolita. Ai bambini diciamo giustamente di esprimersi, di essere se stessi, di non vergognarsi delle proprie caratteristiche. Ma "sii te stesso" non può essere l'intero progetto educativo. Un bambino è anche egoista, impulsivo, geloso, pigro e capace di crudeltà, come tutti gli esseri umani in formazione. Educare significa anche dire: non tutto ciò che spontaneamente sei deve rimanere com'è.
Il vecchio eroe serviva proprio a questo. Non diceva soltanto: "accettati". Diceva: "allenati". Diventa più coraggioso. Sii leale. Difendi chi è più debole. Mantieni la parola. Chiedi scusa quando sbagli. Non scappare da una difficoltà soltanto perché è faticosa.
Non servono santi: servono persone ammirabili
Un modello non deve essere perfetto. Anzi, un modello perfetto è spesso inutile perché è irraggiungibile. Ciò che serve è una persona ammirabile in qualcosa di concreto.
Può essere il medico che parla con rispetto a un paziente difficile. L'imprenditore che rinuncia a un guadagno ottenuto in modo scorretto. L'atleta che perde e stringe la mano all'avversario. Il politico che ammette un errore invece di attribuirlo sempre agli altri. L'insegnante che difende uno studente impopolare. Il ragazzo che vede un compagno preso in giro e decide di non unirsi al gruppo. Il coniuge che, davanti a una crisi, prova prima a capire che cosa può cambiare in se stesso.
Sono esempi meno spettacolari di un supereroe, ma proprio per questo più utili. L'ammirazione non dovrebbe essere riservata alle persone eccezionali; dovrebbe essere possibile anche per la decenza quotidiana.
Inclusione non significa cancellazione
A volte il dibattito culturale viene costruito come se dovessimo scegliere tra due mondi. O rappresentiamo la famiglia tradizionale oppure le famiglie nuove. O raccontiamo l'eroe positivo oppure il personaggio complesso. O valorizziamo la disciplina oppure la libertà individuale. Sono alternative false.
Si può raccontare una coppia di due uomini e una coppia eterosessuale sposata da quarant'anni. Si può mostrare un adolescente che cerca la propria identità e un altro che sogna di costruire una famiglia stabile. Si può raccontare una donna che mette il lavoro al centro della propria vita e un'altra che considera la maternità una parte essenziale della propria realizzazione. La pluralità autentica non sostituisce una gabbia con un'altra.
Il punto decisivo è che nessuna forma di vita dovrebbe essere trasformata automaticamente in virtù. Non basta essere moderni per essere buoni, così come non basta essere tradizionali. Una famiglia tradizionale può essere un luogo di egoismo e violenza; una famiglia non tradizionale può essere un luogo di dedizione e cura. E viceversa. Ciò che vale la pena giudicare sono i comportamenti: responsabilità, rispetto, affidabilità, cura, capacità di sacrificio.
Se torniamo a parlare di queste qualità, il confronto diventa molto più interessante delle etichette.
"La pluralità autentica non sostituisce una gabbia con un'altra."
La libertà ha bisogno di una direzione
Le società moderne hanno conquistato una quantità straordinaria di libertà individuali. Possiamo scegliere più di quanto potessero scegliere i nostri nonni: lavoro, luogo in cui vivere, relazioni, stile di vita, interessi, identità pubblica. È una conquista importante.
Ma la libertà risponde soprattutto alla domanda: "che cosa posso fare?". Non risponde automaticamente alla domanda: "che cosa vale la pena fare?". Per questa seconda domanda servono criteri, esempi, educazione, memoria, confronto tra generazioni.
Se la cultura teme di indicare una direzione per paura di essere moralista, lascia quel compito ad altri meccanismi molto meno neutrali: il mercato, la pubblicità, gli algoritmi, la ricerca di approvazione. E questi sistemi una direzione la indicano eccome: compra, mostrati, distinguiti, accumula attenzione, non sparire dal flusso.
Per questo non considero moralismo dire che il coraggio è preferibile alla codardia, la lealtà al tradimento, la generosità all'egoismo, l'onestà alla frode. Una società pluralista può discutere moltissimo su come applicare questi valori senza dover rinunciare a nominarli.
Il diritto di fallire senza trasformare il fallimento in ideale
Un'altra conquista importante del presente è una maggiore comprensione della fragilità. Sappiamo che le persone falliscono, che non tutti i matrimoni funzionano, che una carriera può interrompersi, che la vita non segue una linea ordinata. È un progresso rispetto a società in cui chi usciva dal percorso previsto veniva spesso condannato o nascosto.
Ma comprendere il fallimento non significa trasformarlo in modello. Possiamo avere rispetto per chi si separa senza smettere di ammirare chi riesce a costruire una relazione duratura. Possiamo comprendere chi abbandona un progetto senza smettere di insegnare il valore della perseveranza. Possiamo perdonare una menzogna senza smettere di considerare l'onestà un ideale.
La compassione riguarda le persone; l'ideale riguarda la direzione. Confondere le due cose rende impossibile educare: se per non giudicare nessuno smettiamo anche di distinguere tra comportamenti migliori e peggiori, eliminiamo insieme al giudizio anche il miglioramento.
Un nuovo Grande Blek non deve essere uguale al vecchio
Quando dico "rivoglio il Grande Blek" non sto chiedendo che i ragazzi del 2026 leggano obbligatoriamente gli stessi fumetti che leggevo io. Ogni generazione ha bisogno dei propri linguaggi, dei propri problemi e perfino dei propri eroi.
Il nuovo Blek potrebbe essere una ragazza. Potrebbe avere un'origine diversa dalla nostra. Potrebbe vivere in una famiglia tradizionale o in una famiglia completamente diversa. Potrebbe essere un personaggio di un fumetto, di una serie televisiva, di un videogioco o di una storia raccontata sui social. Nulla di tutto questo è essenziale.
Ciò che deve rimanere è la funzione: farci ammirare qualcuno non per il numero dei follower, per il denaro posseduto, per la capacità di umiliare un rivale o per l'abilità di mettersi al centro della scena, ma per quello che fa quando sarebbe più facile scegliere il proprio interesse.
Un eroe moderno non deve essere senza dubbi. Può avere paura, può sbagliare, può perfino fallire. Ma a un certo punto deve scegliere. Ed è nella scelta che diventa un modello.
"Un eroe moderno può avere paura e può sbagliare. Ma a un certo punto deve scegliere."
Forse ciò che manca è il confronto
Non vorrei che televisione e cinema tornassero a mostrarci un solo tipo di vita. Vorrei quasi il contrario: più confronto. Vorrei vedere la coppia che si separa e quella che resta insieme; il giovane che parte per fare carriera e quello che decide di rimanere vicino alla famiglia; chi sceglie di non avere figli e chi considera i figli il centro della propria vita; chi privilegia il successo professionale e chi accetta un avanzamento più lento per avere più tempo da dedicare agli altri.
Il confronto permette di vedere anche il costo delle scelte. Ogni vita ha un prezzo. La libertà può comportare solitudine. La stabilità può richiedere rinunce. La carriera può sottrarre tempo. La famiglia può limitare opportunità. La separazione può liberare da una relazione finita ma può anche lasciare ferite. Restare insieme può essere una prova di maturità oppure, in altri casi, una scelta sbagliata. Le storie diventano adulte proprio quando mostrano questi costi senza trasformarsi in propaganda.
Ciò che mi sembra povero non è una cultura che mostra nuove possibilità. È una cultura che, dopo aver demolito modelli troppo rigidi, non sa più proporre niente che meriti davvero ammirazione.
Conclusione - Rivoglio il Grande Blek
Forse, alla fine, non rivoglio davvero il mondo della mia infanzia. Non rivoglio una televisione che nasconda ciò che non corrisponde alla maggioranza, né famiglie obbligate a restare unite per salvare le apparenze, né personaggi così perfetti da risultare falsi.
Rivoglio però una cosa che quel mondo sapeva fare: raccontare persone migliori di noi senza vergognarsi di chiamarle esempi.
Vorrei che un bambino potesse incontrare, tra mille personaggi ironici, fragili, provocatori e contraddittori, anche qualcuno che gli facesse pensare: "Da grande vorrei avere il suo coraggio. Vorrei essere leale come lui. Vorrei saper difendere un amico. Vorrei mantenere la parola anche quando mi costa."
Vorrei che vedesse famiglie diverse, certamente, ma anche famiglie che resistono alle difficoltà. Vorrei che imparasse che separarsi può essere necessario, ma anche che non ogni difficoltà richiede una fuga. Che il successo è legittimo, ma non vale qualsiasi prezzo. Che essere se stessi è importante, ma diventare migliori lo è altrettanto.
Forse Blek Macigno era ingenuo. Forse i suoi nemici erano troppo riconoscibili e le sue virtù troppo nette. Ma in quell'ingenuità c'era una domanda educativa che non mi sembra affatto superata: "Che tipo di persona vuoi diventare?"
E allora sì: in questo senso, senza cancellare il presente e senza idealizzare il passato, rivoglio il Grande Blek.
RIVOGLIO IL GRANDE BLEK
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, a tutti e tre vorrei lasciare questa domanda: chi merita davvero la vostra ammirazione? Non fermatevi a chi riceve più applausi. Guardate chi mantiene una promessa, chi si prende cura di qualcuno, chi sa chiedere scusa e chi difende una persona anche quando non gli conviene.
Scegliete liberamente la vostra strada e rispettate quelle diverse dalla vostra. Non vi chiedo di somigliarmi, né di diventare perfetti. Vi auguro di incontrare esempi che vi aiutino a crescere e di non vergognarvi di voler diventare migliori, senza sentirvi superiori a nessuno.
I miei eroi avevano altri nomi e abitavano altre storie. I vostri potranno essere diversi. Vorrei soltanto che, dietro quei nomi, riconosceste ancora il coraggio di fare la cosa giusta. E che sapeste esserci, nella vita di qualcuno, anche quando nessuno vi guarda.
Papy