Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile

Riflessioni sul gioco, sulla sconfitta, sull'ironia e sul valore di confrontarsi con chi è più bravo di noi

Introduzione

«Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile». Da bambino la sentivo spesso intorno a un calcio balilla. Bastava una partita finita male, magari con una differenza di reti abbastanza evidente, e il vincitore poteva pronunciare quella frase rivolgendosi allo sconfitto.

Due ragazzi si sorridono dai lati opposti di un calcio balilla di legno. Uno porge la pallina bianca all’altro, come invito a una nuova partita, nella luce calda di una sala ricreativa. Scena immaginaria generata con IA.
La voglia di giocare ancora Una partita persa non decide chi siamo. La rivincita comincia quando restano il rispetto, l’amicizia e la voglia di imparare.

Naturalmente nessuno la prendeva davvero alla lettera. Il gioco non era diventato improvvisamente più difficile per uno dei due. Il calcio balilla era lo stesso, le stecche erano le stesse, la pallina era la stessa. Dietro quella frase c'era evidentemente dell'ironia.

Era un modo per dire: «Non preoccuparti, non sei tu che non sei bravo: è il gioco che è troppo difficile». E proprio perché tutti comprendevano il significato nascosto, la frase poteva risultare persino più pungente di un semplice: «Hai perso».

Ma ripensandoci molti anni dopo, mi accorgo che quella battuta infantile contiene qualcosa di più interessante di quanto sembrasse. Perché non è così facile stabilire se servisse soltanto a deridere lo sconfitto oppure, almeno in parte, anche a non umiliarlo.

Una presa in giro molto particolare

La forma della frase è curiosa. Chi vuole deridere qualcuno normalmente gli attribuisce direttamente la responsabilità della sconfitta: «Sei scarso», «Non sai giocare», «Ti ho distrutto». Qui invece avviene esattamente il contrario.

La responsabilità viene tolta allo sconfitto: «Non è colpa tua». E viene attribuita a qualcosa di esterno: «È il gioco troppo difficile». Naturalmente è proprio questa esagerazione a produrre l'ironia.

È come se il vincitore dicesse: «Per spiegare quanto hai giocato male, devo addirittura fingere che il problema sia il gioco». La battuta quindi rimane una presa in giro, ma è una presa in giro attenuata, indiretta.

Non attacca frontalmente la persona. Non dice: «Tu non vali». Dice invece: «Il compito era troppo difficile». Ed è forse per questo che una frase simile poteva circolare tranquillamente tra bambini che, dopo qualche minuto, ricominciavano un'altra partita. Nel mio ricordo c'era lo sfottò, ma raramente rimaneva una ferita.

Il calcio balilla come piccola scuola di vita

I giochi dell'infanzia sono spesso molto più importanti di quanto immaginiamo. Intorno a un calcio balilla si imparavano, senza lezioni e senza spiegazioni, alcune regole fondamentali della convivenza.

Si imparava a vincere. Ma soprattutto si imparava a perdere. Si imparava che qualcuno poteva essere più bravo di noi. Che potevamo impegnarci e perdere comunque. Che potevamo essere convinti di vincere e invece subire cinque gol. Che potevamo persino perdere per un rimpallo assurdo della pallina.

E soprattutto si imparava che, dopo la sconfitta, la vita continuava. La partita terminava. Ci si prendeva un po' in giro. Poi magari si cambiavano le coppie e si ricominciava.

Era un piccolo laboratorio sociale. La sconfitta non veniva trasformata in un giudizio definitivo sulla persona. Avevi perso una partita. Non eri un perdente. Questa differenza sembra banale, ma non lo è affatto.

Perdere senza sentirsi sminuiti

Esiste una differenza enorme tra dire: «Hai perso» e dire: «Sei un perdente». Nel primo caso si descrive un fatto. Nel secondo si trasforma un episodio in un'identità.

Una persona può perdere una partita senza essere incapace. Può sbagliare un esame senza essere stupida. Può fallire un progetto senza essere un fallito. Può commettere un errore senza essere una persona sbagliata.

Forse quella vecchia frase del calcio balilla, proprio attraverso la sua ironia, conteneva inconsapevolmente questa distinzione. «Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile». Dietro lo scherzo sembra quasi esserci un messaggio: «Hai perso, ma non facciamone una tragedia». E questa capacità di ridimensionare la sconfitta è preziosa.

L'ironia come protezione

L'ironia ha sempre una doppia natura. Può ferire, ma può anche proteggere. Tutto dipende dal rapporto tra le persone, dal tono, dal momento e soprattutto dalla misura.

Tra amici, una battuta può consentire di riconoscere una sconfitta senza trasformarla in umiliazione. Invece di analizzare seriamente chi sia più bravo, chi abbia sbagliato e chi sia superiore, si butta tutto sul ridere: «Non sei tu: è il gioco troppo difficile». Si ride. La tensione scompare.

Naturalmente esiste un limite. Se la stessa frase viene ripetuta continuamente contro la stessa persona, se serve a mostrarne pubblicamente l'incapacità o se viene pronunciata con cattiveria, allora smette di essere uno scherzo e diventa umiliazione.

Ma quando esiste amicizia e reciprocità, lo sfottò può avere perfino una funzione sociale. Oggi prendo in giro te perché hai perso. Domani perderò io e toccherà a me sentirne qualcuna. Questa alternanza rende lo scherzo sopportabile. Nessuno occupa permanentemente il posto del vincitore.

Una società che fatica ad accettare la sconfitta

Quella piccola esperienza infantile suggerisce una riflessione più ampia. Oggi tendiamo spesso a proteggere le persone dalla frustrazione. L'intenzione è comprensibile. Nessuno vuole mortificare un bambino.

Ma esiste una differenza tra evitare l'umiliazione ed evitare qualunque esperienza di sconfitta. La prima cosa è giusta. La seconda può essere pericolosa. Perché prima o poi nella vita si perde.

Si perde una gara. Si viene superati in una selezione. Qualcuno prende un voto migliore del nostro. Un progetto non funziona. Una persona che amiamo sceglie qualcun altro. Un colloquio di lavoro finisce male. Un'idea nella quale credevamo si rivela sbagliata.

Non possiamo costruire una società nella quale nessuno perda. Possiamo però costruire una società nella quale perdere non significhi essere umiliati. È una differenza fondamentale.

Il problema non è perdere, ma essere disprezzati

Un bambino può imparare a sopportare una sconfitta. Quello che fa male non è necessariamente il risultato. È il disprezzo.

Se dopo una partita gli diciamo: «Hai perso 10 a 2», descriviamo ciò che è accaduto. Se gli diciamo: «Sei proprio negato, non riuscirai mai a fare niente», stiamo facendo qualcosa di completamente diverso.

Stiamo passando dal comportamento alla persona. Dal risultato al valore umano. Ed è qui che nasce l'umiliazione.

Uno sfottò leggero può perfino evitare questo passaggio, perché mantiene tutto nel territorio del gioco. «Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile». Non contiene una sentenza definitiva. Non dice: «Tu sei fatto così». Dice implicitamente: «Questa volta è andata così». Domani si ricomincia.

Le scuse che inventiamo da adulti

La frase può essere letta anche da un altro punto di vista. Da adulti continuiamo spesso a dire: «Non è colpa mia». Solo che non lo facciamo più per scherzo.

Attribuiamo i nostri fallimenti al lavoro, alla società, alla fortuna, al capo, ai colleghi, alla famiglia, alla burocrazia, al momento sbagliato. Qualche volta abbiamo ragione. Le circostanze contano davvero. Ma altre volte utilizziamo le circostanze per evitare di riconoscere le nostre responsabilità.

E allora la vecchia frase del calcio balilla assume un significato quasi filosofico: «Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile». Quante volte ce lo diciamo da soli? Quando invece sarebbe più utile riconoscere: «Ho sbagliato», «Non ero preparato abbastanza», «Ho valutato male la situazione», «L'altro è stato più bravo».

Accettare una responsabilità non significa umiliarsi. Significa imparare.

Due errori opposti

Di fronte a un fallimento possiamo commettere due errori opposti. Il primo è attribuirci ogni colpa: «È tutta colpa mia», «Non sono capace», «Non valgo niente».

Il secondo è non attribuircene mai nessuna: «È colpa degli altri», «Sono stato sfortunato», «Era impossibile», «Il gioco era troppo difficile».

La maturità probabilmente si trova nel mezzo. Bisogna saper distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi. Se sbagliamo, riconoscerlo. Se invece esistono realmente circostanze sfavorevoli, non trasformarle in una colpa personale. È una distinzione semplice da formulare ma difficilissima da praticare.

Il merito del vincitore

C'è poi un altro aspetto interessante. Dire allo sconfitto: «Non è colpa tua, il gioco è troppo difficile» significa paradossalmente mettere ancora più in risalto il vincitore.

Se il gioco è così difficile e io ho vinto, allora io devo essere davvero bravo. Ed ecco perché la frase funzionava così bene come sfottò. Fingeva di consolare l'avversario mentre contemporaneamente celebrava chi aveva vinto.

Era una specie di falsa modestia rovesciata. Non dicevo: «Sono fortissimo». Dicevo: «Tu non preoccuparti, è il gioco che è difficile». Ma il risultato era quasi lo stesso. È un meccanismo che ritroviamo spesso anche tra adulti. Talvolta il modo più efficace di vantarsi consiste proprio nel fingere di non farlo.

Per imparare bisogna anche perdere

C'è poi un altro aspetto che il gioco insegna molto bene: si impara soprattutto quando si ha davanti qualcuno più bravo di noi.

Se giochiamo sempre contro persone meno esperte, possiamo vincere spesso, possiamo sentirci bravi, possiamo perfino convincerci di essere molto forti. Ma impariamo poco.

Chi è più preparato di noi, invece, ci costringe a vedere cose che da soli non avremmo visto. Nel calcio balilla era evidente. Giocando contro uno più bravo scoprivi un tiro che non conoscevi, un modo diverso di controllare la pallina, una difesa più efficace, un movimento delle stecche che non avevi mai pensato di utilizzare.

Magari perdevi dieci partite di seguito. Ma all'undicesima giocavi meglio di come avresti giocato vincendo dieci partite contro avversari più deboli.

È un principio che vale praticamente ovunque. Vale nello sport. Vale nello studio. Vale nel lavoro. Vale perfino nelle conversazioni.

Se discutiamo soltanto con persone che sanno meno di noi, difficilmente allarghiamo le nostre conoscenze. Se lavoriamo sempre con persone meno competenti, rischiamo di diventare il punto di riferimento degli altri senza avere più nessuno che faccia da punto di riferimento a noi.

Essere il migliore del gruppo può essere gratificante. Ma può anche diventare una trappola. Perché, quando siamo sempre noi quelli che insegnano, correggono e spiegano, diminuiscono le occasioni nelle quali siamo noi a dover osservare, ascoltare e imparare.

Naturalmente possiamo continuare a studiare da soli. Ma il confronto diretto con qualcuno più preparato ha qualcosa di particolare. Ci mostra concretamente la distanza che ancora dobbiamo percorrere. E questo può essere scomodo.

Perdere contro uno più bravo mette in discussione l'immagine che abbiamo di noi stessi. Ma proprio per questo può essere estremamente utile. Una sconfitta, in questo senso, non è soltanto una sconfitta. È un'informazione. Ci dice: «Qui c'è qualcosa che ancora non sai fare». Ed è precisamente da lì che può cominciare l'apprendimento.

Al contrario, vincere continuamente può dare una sensazione piacevole ma ingannevole. Se sono sempre il migliore tra quelli che mi circondano, posso convincermi di non avere più nulla da imparare. In realtà potrebbe significare semplicemente che ho scelto un ambiente nel quale nessuno riesce più a mettermi in difficoltà.

Ed essere messi in difficoltà, entro certi limiti, è una fortuna. Vuol dire essere ancora in una situazione nella quale possiamo crescere.

Per questo dovremmo imparare ad apprezzare le persone più brave di noi invece di viverle come una minaccia. Un avversario forte ci costringe a migliorare. Un collega competente ci insegna qualcosa. Un insegnante preparato ci porta oltre ciò che avremmo raggiunto da soli. Un amico che sa più di noi su un argomento può farci cambiare prospettiva.

L'importante è avere abbastanza sicurezza da non interpretare ogni superiorità altrui come una diminuzione del nostro valore. Se qualcuno è più bravo di me, io non valgo meno. Semplicemente, in quel campo, ho qualcosa da imparare.

Forse si potrebbe formulare così: se sei sempre il migliore nella stanza, prima o poi devi cambiare stanza. Non perché essere bravi sia un problema, ma perché, per continuare a crescere, abbiamo bisogno di incontrare qualcuno che sappia fare qualcosa meglio di noi. Anche a costo di perdere. Anzi, qualche volta soprattutto grazie al fatto di perdere.

Il valore della rivincita

C'era però nel calcio balilla un elemento decisivo che rendeva tutto più leggero: la rivincita. Dopo una sconfitta si poteva dire: «Facciamone un'altra». Tre parole semplicissime. E improvvisamente il risultato precedente perdeva importanza. Avevi una nuova possibilità.

Forse una parte della capacità di affrontare le difficoltà nasce proprio da questo tipo di esperienza. Imparare che una sconfitta non è necessariamente la conclusione della storia. Esiste un'altra partita. Un altro tentativo. Un'altra strategia.

Naturalmente nella vita non sempre è possibile ricominciare esattamente da capo. Alcune occasioni non tornano. Ma l'atteggiamento mentale rimane prezioso: un risultato negativo non definisce necessariamente tutto ciò che verrà dopo.

Essere migliori senza sentirsi superiori

Ogni gioco competitivo contiene inevitabilmente un confronto. Uno vince e uno perde. Uno gioca meglio e uno peggio. Negare questa realtà sarebbe assurdo.

Ma essere migliori in qualcosa non significa essere migliori come persone. Questo è forse uno degli insegnamenti più importanti che possono nascere dal gioco.

Posso essere più bravo di te a calcio balilla. Tu puoi essere più bravo di me a matematica. Un altro può correre più velocemente. Un altro ancora può disegnare meglio. Le capacità umane non formano una classifica unica.

Il problema nasce quando trasformiamo una superiorità locale in una superiorità assoluta. «Sono più bravo di te in questo» diventa: «Sono migliore di te». Ed è proprio lì che la competizione si trasforma in arroganza.

Saper vincere è più difficile che vincere

Si parla molto della capacità di perdere. Ma esiste anche la capacità di vincere. E forse è ancora più rara.

Vincere bene significa riconoscere il proprio risultato senza aver bisogno di umiliare chi ha perso. Significa potersi divertire, persino scherzare, senza trasformare lo scherzo in disprezzo. Significa comprendere che il piacere della vittoria non aumenta necessariamente diminuendo l'altro.

Anzi, spesso accade il contrario. Una vittoria contro un avversario rispettato vale molto di più di una vittoria contro qualcuno che abbiamo bisogno di considerare incapace.

Da bambini questo equilibrio veniva regolato spontaneamente. Ci si prendeva in giro, ma poi si continuava a giocare insieme. Se esageravi, l'altro si arrabbiava. Se nessuno scherzava, mancava qualcosa. Bisognava trovare la misura.

Le piccole frasi che rimangono

È curioso quanto alcune frasi dell'infanzia rimangano nella memoria. Non ricordiamo magari il punteggio della partita. Non ricordiamo chi stesse giocando. Non ricordiamo nemmeno esattamente quanti anni avessimo. Ma ricordiamo una frase.

«Non è colpa tua, è il gioco troppo difficile». Perché certe espressioni contengono un intero ambiente.

Dentro quelle parole ci sono il rumore secco della pallina, le stecche che girano, le discussioni sul gol valido o non valido, le rivincite, le risate, l'orgoglio di chi vinceva e le giustificazioni di chi perdeva.

E forse proprio per questo, dopo tanti anni, possiamo accorgerci che una semplice battuta infantile conteneva una piccola filosofia della vita.

La lezione nascosta

Forse allora quella frase era contemporaneamente entrambe le cose: una presa in giro e una consolazione.

Derideva: «Hai perso perché non sei abbastanza bravo». Ma nello stesso tempo proteggeva: «Non prendiamoci troppo sul serio: è soltanto un gioco».

Questa ambiguità è probabilmente la ragione per cui funzionava così bene. Permetteva al vincitore di godersi la vittoria. Permetteva allo sconfitto di salvare un poco l'orgoglio. E consentiva a entrambi, pochi minuti dopo, di ricominciare.

C'è qualcosa che gli adulti potrebbero recuperare da quella semplicità. Dovremmo imparare a riconoscere le sconfitte senza trasformarle in tragedie. Ad ammettere che qualcuno può essere più bravo di noi senza sentirci per questo inferiori. A riconoscere i nostri errori senza considerarci falliti. A vincere senza umiliare. A perdere senza cercare sempre una scusa. E magari anche a prenderci un po' meno sul serio.

Perché qualche volta è davvero colpa nostra. Qualche volta è colpa delle circostanze. Qualche volta l'altro è semplicemente più bravo. E qualche volta, naturalmente, è il gioco troppo difficile.

Ma l'importante è che, finita una partita, si abbia ancora voglia di giocare la successiva.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

A voi tre vorrei lasciare questa distinzione: il risultato di una partita racconta come è andata quella partita, non quanto valete. Quando perderete, non cercate subito un colpevole e non diventate i giudici più crudeli di voi stessi. Chiedetevi che cosa potete imparare, che cosa dipendeva da voi e che cosa, invece, non potevate controllare.

Non abbiate paura delle persone più brave di voi. Cercatele, ascoltatele, osservatele. Non vi tolgono valore: possono mostrarvi una strada che ancora non conoscete. E quando sarete voi a saper fare meglio qualcosa, ricordatevi che la vostra bravura non vi autorizza a trattare nessuno come se valesse meno.

Vorrei che conservaste anche il gusto dello scherzo, ma con un'attenzione: una risata condivisa avvicina, una risata alle spalle di chi soffre allontana. Se l'altro non si diverte, non basta dire che stavate scherzando. La misura non la decide soltanto chi pronuncia la battuta.

Vi auguro di saper vincere senza disprezzare, di saper perdere senza spegnervi e di trovare sempre qualcuno con cui ricominciare. Perché la cosa più bella, alla fine, non è alzarsi dal tavolo pensando di essere superiori. È potersi guardare ancora negli occhi e dire: «Facciamone un'altra».

Papy