«Il grande assente è soltanto la vita professionale.»
Una domanda che mi sono fatto spesso
Quando lavoravo come libero professionista informatico mi sono posto spesso una domanda: che cosa devo fare riguardo ai miei figli?
Dovrei coinvolgerli nella mia attività? Dovrei prepararli affinché almeno uno di loro possa, un giorno, continuare il mio mestiere? Da una parte l’idea mi piaceva. Sarebbe stato bello trasmettere a un figlio quello che avevo imparato in tanti anni di lavoro, consegnargli un patrimonio di esperienza già costruito, evitargli magari qualche errore che io avevo dovuto imparare a mie spese.
Ma insieme a questo pensiero ne arrivava subito un altro. Se avessi coinvolto uno dei miei figli nella mia attività, avrei sentito il dovere di fare tutto il possibile perché quell’attività continuasse ad andare bene. E probabilmente questa responsabilità non sarebbe terminata nemmeno con la pensione.
Avrei continuato a preoccuparmi dei clienti, dei problemi, delle difficoltà economiche, delle decisioni da prendere. In altre parole, sarei andato in pensione senza andare veramente in pensione.
Questa prospettiva mi angosciava. Desideravo che arrivasse un momento della mia vita nel quale potessi dire, con serenità: il mio lavoro è finito. Non perché il lavoro fosse stato un peso inutile, ma perché ogni stagione della vita, prima o poi, deve poter lasciare spazio a quella successiva.
Quando il lavoro dei figli diventa anche quello dei genitori
Conoscevo persone che vivevano una situazione molto diversa. Alcuni miei conoscenti avevano aiutato il figlio ad avviare un’attività di ristorazione. Loro svolgevano tutt’altro lavoro, eppure tutte le sere erano lì: chi in cucina, chi in sala, nella speranza che la loro presenza potesse essere utile.
A questo si aggiungeva un importante sostegno economico, necessario per assecondare le scelte e i progetti del figlio. Non era soltanto una mano data ogni tanto: era un coinvolgimento continuo, fisico, mentale ed economico.
Purtroppo quell’attività alla fine andò male. Può succedere, naturalmente. Nessuna attività è garantita e anche le iniziative nate con entusiasmo possono fallire.
Ma ciò che mi colpiva era soprattutto il coinvolgimento totale dei genitori. Quella che avrebbe dovuto essere l’attività del figlio era diventata, inevitabilmente, anche la loro attività. E in quella situazione vedevo qualcosa di profondamente triste: genitori che, invece di poter concludere serenamente la propria vita lavorativa, si ritrovavano di nuovo caricati di preoccupazioni, responsabilità e sacrifici.
Non giudicavo la loro scelta. Capivo benissimo perché lo facessero: quando un figlio ha bisogno, un genitore difficilmente resta a guardare. Ma proprio questo mi faceva pensare che fosse meglio evitare, fin dall’inizio, di costruire una dipendenza professionale reciproca che un giorno sarebbe stata difficile da sciogliere.
La mia scelta: separare il lavoro dalla famiglia
Con il tempo mi sono convinto che la mia vita lavorativa non dovesse necessariamente coincidere con quella dei miei figli.
Io facevo consulenze informatiche di vario genere. Il lavoro, fortunatamente, non mi è mai mancato, ma non avevo costruito una vera azienda né uno studio professionale che avesse bisogno di continuare a esistere dopo di me. Quando avessi smesso io, quella attività avrebbe semplicemente potuto terminare.
Devo ammettere che questa situazione rese molto più facile la mia scelta. Non avevo qualcosa da tramandare per forza. Non c’erano dipendenti da consegnare a un successore, un marchio di famiglia da difendere, uno studio con un nome da mantenere in vita.
E proprio questa consapevolezza mi diede una grande sensazione di libertà. Potevo decidere di continuare, ridurre, cambiare o smettere senza avere la sensazione di danneggiare qualcuno della mia famiglia.
Diciotto anni di insegnamento
Quella libertà ebbe anche una conseguenza concreta importante nella mia vita professionale.
Per diciotto anni svolsi infatti anche l’attività di docente: per otto anni insegnai matematica e per altri dieci informatica.
Non dovendo difendere a tutti i costi un’attività privata destinata a continuare dopo di me, potei permettermi di modificare gradualmente il mio modo di lavorare. Man mano che si avvicinava l’età della pensione, ridussi progressivamente l’attività professionale privata e lasciai sempre più spazio all’insegnamento.
Fu, in un certo senso, un passaggio naturale. Non avevo bisogno di conservare clienti per qualcuno che sarebbe venuto dopo di me o di preparare una successione professionale. Potevo scegliere.
E questa possibilità di scegliere, con il passare degli anni, diventò per me sempre più preziosa. Potevo lasciare il lavoro. Potevo ridurlo. Potevo cambiarlo. Potevo dedicarmi a un’attività diversa, come l’insegnamento, utilizzando in altro modo ciò che avevo imparato.
Forse anche questa è stata una forma di continuità: non trasmettere necessariamente il proprio mestiere ai figli, ma trasmettere conoscenza agli altri. Non un’eredità professionale privata, dunque, ma una condivisione più ampia dell’esperienza accumulata.
La famiglia resta, il mestiere no
Naturalmente, separare la mia vita professionale da quella dei miei figli non ha mai significato uscire dalla loro vita.
Il coinvolgimento rimane quando serve un sostegno economico. Rimane nel condividere le loro gioie e nel confortarli nei momenti difficili. Rimane nello stare insieme, nelle feste, nelle ricorrenze, nelle occasioni importanti e anche nei giorni normali.
Rimane, in sostanza, tutto ciò che appartiene davvero alla vita familiare.
Il grande assente è soltanto la vita professionale.
Ed è proprio questa distinzione che, col tempo, ho sentito sempre più giusta: essere presenti senza essere coinvolti in tutto; aiutare senza dover dirigere; sostenere senza trasformarsi in soci, collaboratori o garanti permanenti delle scelte lavorative dei figli.
Il problema vero arriva dopo: che cosa faccio adesso?
C’è però un altro aspetto che ho imparato a osservare negli anni e che riguarda non più i figli, ma noi stessi.
Molte persone arrivano alla pensione come se si trovassero davanti a un vuoto. Per decenni il lavoro ha scandito le giornate: l’ora della sveglia, gli appuntamenti, i problemi da risolvere, le responsabilità, le persone da incontrare. Poi, improvvisamente, tutto questo scompare.
E allora nasce una domanda che può fare paura: adesso che cosa faccio?
A volte sembra quasi che con la pensione finisca non soltanto il lavoro, ma una parte della propria identità. Non sappiamo più come riempire il tempo e finiamo per pensare che, senza impegni professionali, le giornate perdano valore.
Conosco e vedo molte persone che continuano a lavorare fino a quando le forze glielo consentono. Non necessariamente perché abbiano bisogno di denaro. Spesso la questione economica non c’entra quasi nulla. Il punto è che nel lavoro continuano a vedere l’unico modo possibile di sentirsi utili, occupati, vivi.
È comprensibile. Se per quarant’anni abbiamo associato il nostro valore a ciò che produciamo, interrompere quel meccanismo non è semplice. Bisogna quasi imparare da capo a vivere senza una struttura esterna che decida per noi come deve essere organizzata la giornata.
Imparare una vita a ritmo lento
Forse una delle cose più difficili è proprio questa: accettare una vita a ritmo lento.
Una vita senza obblighi quotidiani, senza un’agenda piena, senza la necessità di dimostrare che ogni ora è stata produttiva. Una vita nella quale si può fare un viaggio senza doverlo incastrare tra due impegni, andare a trovare qualcuno, leggere, passeggiare, sistemare una cosa rimandata da anni oppure semplicemente non fare nulla di particolare.
All’inizio può perfino sembrare strano. Siamo così abituati a considerare il tempo libero come una pausa dal lavoro che facciamo fatica a concepirlo come una condizione normale della vita.
Ma una giornata non deve necessariamente essere piena per essere una buona giornata. E una vita non deve essere frenetica per essere una vita compiuta.
Forse la pensione richiede proprio questo cambiamento di prospettiva: non cercare disperatamente un nuovo lavoro che sostituisca quello vecchio, ma imparare a dare valore anche a ciò che non produce reddito, carriera o riconoscimento.
Scrivere senza doverne ricavare qualcosa
Ora che sono in pensione, ho trovato una parte importante di questa nuova libertà nella scrittura. La mia formazione è tecnica, non letteraria, e proprio per questo oggi l’intelligenza artificiale è diventata un fedele collaboratore. Io le consegno materiale grezzo: un ricordo, un episodio, un’intuizione, qualche frase appuntata senza ordine. Quel materiale viene organizzato, sviluppato, messo in forma; prende vita senza perdere, però, il contenuto e il significato che gli ho affidato.
Mi piace pensare a questo rapporto non come a una macchina che scrive al posto mio, ma come a una collaborazione particolarmente adatta al mio modo di essere: io porto l’esperienza, la memoria, le idee e il giudizio; l’IA mi aiuta a trasformare ciò che nasce in forma ancora imperfetta in un testo leggibile e duraturo. In fondo è un modo nuovo, e molto naturale per chi viene dall’informatica, di continuare a usare la tecnologia non per lavorare di più, ma per dare una forma migliore alle cose che considero importanti.
Mi occupo di uno spazio nel quale raccolgo ricordi, episodi e momenti che considero significativi. Quando riaffiora un ricordo, una persona, una situazione vissuta o un pensiero che merita di non andare perduto, provo a metterlo nero su bianco.
È un modo per memorizzare il passato, ma anche per dargli nuova vita. Finché un ricordo resta soltanto nella memoria è fragile: può sbiadire, confondersi, perdere dettagli. Scriverlo significa renderlo più stabile, quasi permanente.
Non è nostalgia fine a se stessa. È piuttosto un modo di interrogare ciò che si è vissuto e capire, magari dopo molti anni, quale significato abbia avuto.
Accanto a questo spazio ne curo un secondo, dedicato alla matematica e all’informatica. Lì raccolgo problemi, intuizioni, osservazioni, piccoli saggi, metodi didattici e idee che mi vengono in mente.
La cosa più bella è che non devo ricavarne nulla.
Non devo rispettare scadenze. Non devo soddisfare un cliente. Non devo chiedermi se ciò che scrivo sarà redditizio, se avrà mercato o se servirà alla mia carriera.
Se mi viene in mente un ricordo, scrivo un ricordo. Se trovo un problema matematico curioso, provo a svilupparlo. Se nasce una riflessione sull’informatica o sull’insegnamento, la metto per iscritto.
Lo faccio perché mi interessa farlo. E mi sono accorto che questa è una forma di libertà molto particolare: continuare a pensare, studiare, costruire e creare, ma senza che tutto debba necessariamente diventare lavoro.
Produrre senza essere obbligati a produrre
Per molti anni siamo abituati a fare le cose perché dobbiamo farle. C’è un cliente, un contratto, un programma scolastico, una scadenza, un appuntamento.
Dopo la pensione si può scoprire un modo diverso di essere attivi: fare qualcosa perché ci piace, e interromperla quando non ci piace più.
Non significa rinunciare a essere utili o diventare passivi. Al contrario, può significare finalmente scegliere con maggiore precisione ciò a cui vogliamo dedicare energie.
La differenza è sottile ma enorme: prima il lavoro decideva una parte importante del mio tempo; oggi sono io a decidere che cosa merita il mio tempo.
E forse è proprio questo ciò che cercavo tanti anni fa quando pensavo ai miei figli e mi domandavo se fosse giusto coinvolgerli nella mia attività. Non volevo soltanto lasciare loro la libertà di scegliere il proprio mestiere. Volevo conservare anche per me, un giorno, la libertà di non averne più uno.
Una seconda libertà
Scrivere senza scadenze è una delle espressioni di questa seconda libertà, che vivo già da quando sono in pensione. La sento anche nella possibilità concreta di scegliere che cosa fare del tempo che mi rimane, per tutto quello che Dio vorrà ancora concedermi.
C’è però una nota dolorosa, l’unica che non avevo previsto.
Avrei desiderato vivere questo tratto della vita insieme alla mia adorata moglie Stefania: arrivare con lei al tempo più lento della pensione, condividere i giorni senza fretta, qualche viaggio, una visita, le piccole cose che diventano preziose proprio quando non si è più costretti a rincorrere il tempo. Ma prima che potesse andare in pensione, un brutto male me l’ha portata via a soli 65 anni. Tutto ciò che avevo immaginato come una libertà da vivere in due è rimasto, improvvisamente, senza la persona con cui avrei voluto condividerlo. Si può imparare a riempire il tempo, a coltivare interessi, a scrivere, a ricordare, a continuare a guardare avanti. Ma ci sono assenze che nessuna attività può colmare. E il dolore di non poter condividere con Stefania questa fase della vita rimane per me incolmabile. Era l’unica cosa che, pensando al futuro, non avevo saputo prevedere.
Libero di dedicarmi alle cose che mi interessano. Libero di imparare qualcosa di nuovo. Libero di scrivere. Libero di viaggiare. Libero di stare vicino ai miei figli quando serve. Libero anche di non fare nulla, se ne ho voglia.
Senza clienti da conservare. Senza un’attività da difendere. Senza il peso di un lavoro che, soltanto perché costruito in tanti anni, debba necessariamente continuare all’infinito.
Un genitore può trasmettere ai figli conoscenze, esperienza, valori, metodo, disciplina e curiosità. Ma non è detto che debba trasmettere anche il proprio mestiere.
I figli hanno diritto di costruire la loro vita lavorativa. E i genitori, a un certo punto, hanno diritto di concludere serenamente la propria.
Non per smettere di vivere, ma forse, finalmente, per imparare a vivere il tempo in un altro modo.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Vorrei che voi tre sapeste questo: non desideravo lasciarvi in eredità il mio mestiere come un obbligo. Ho cercato di esserci come padre, senza chiedervi di diventare la continuazione del mio lavoro. Scegliete la vostra strada, costruite qualcosa che abbia senso per voi e conservate, quando sarà il momento, la libertà di cambiare stagione.
Vorrei anche che ricordaste la vostra mamma, Stefania, dentro questa storia. Sognavo di condividere con lei il tempo libero che avevamo atteso. Non è stato possibile, e nessuna nuova occupazione può cancellare questa mancanza. Continuare a scrivere e a vivere non significa dimenticarla: significa portare con me ciò che abbiamo vissuto e provare a consegnarvene il valore.
Papy