La sana ipocrisia

Quando il rispetto vale più della voglia del momento

Non mi convince l'idea che sia giusto soltanto ciò che facciamo volentieri. Nella vita ci sono cose che desideriamo e cose che riconosciamo importanti pur desiderando, in quel momento, essere altrove. Se per scegliere aspettassimo sempre di avere voglia, molte persone riceverebbero la nostra attenzione soltanto quando non abbiamo niente di più interessante da fare.

Una giovane donna appoggia il telefono sul tavolino e ascolta una donna anziana seduta di fronte a lei in un soggiorno.
Scegliere l'attenzioneAnche quando preferiremmo fare altro, dedicare tempo a qualcuno è un modo per dirgli che conta.

Per questo uso un'espressione volutamente provocatoria: «la sana ipocrisia». Non intendo l'inganno, la doppiezza o l'affetto recitato per ottenere un vantaggio. Intendo quella disponibilità a non mettere in mostra ogni insofferenza, a rinunciare per una volta a una comodità, a partecipare con garbo a qualcosa che conta per un'altra persona, anche se non sarebbe la nostra prima scelta.

Forse, a guardarla bene, non è nemmeno ipocrisia. È educazione, è rispetto, è la capacità di distinguere ciò che ci va da ciò a cui vogliamo dare valore. Ma mi interessa proprio la provocazione: se essere «autentici» significa obbedire sempre al proprio desiderio del momento, allora preferisco un po' di questa sana ipocrisia a una sincerità che lascia gli altri soli.

La sincerità non può diventare un alibi

«Non mi va» è una frase legittima. Descrive quello che sentiamo e non dovrebbe essere vietato dirla. Il problema nasce quando diventa, da sola, la spiegazione sufficiente per ogni scelta: non mi va, dunque non lo faccio; preferisco altro, dunque non devo considerare nient'altro.

Capisco davvero che una conversazione possa annoiare, che una compagnia non ci entusiasmi, che il programma abituale sembri più piacevole. Non penso che si possa ordinare a qualcuno di divertirsi. Non si può pretendere un'emozione, e sarebbe inutile chiedere un entusiasmo che non c'è.

Si può però chiedere un comportamento rispettoso. Posso non essere impaziente di partecipare e scegliere comunque di ascoltare, rivolgere una domanda, dare un po' del mio tempo. Non sto necessariamente fingendo che quella sia la mia occupazione preferita. Sto riconoscendo che il valore di una persona non coincide con la sua capacità di intrattenermi.

Non tutto quello che non nasce dalla voglia è falso. A volte nasce dalla considerazione. E la considerazione è una ragione seria per fare qualcosa, non una versione meno nobile dell'affetto spontaneo.

L'eccezione che dice: oggi conti tu

Le abitudini sono importanti. Abbiamo i nostri spazi, le amicizie, i momenti che aspettiamo. Non vorrei una vita nella quale si debba rinunciare continuamente a ciò che piace per dimostrare di essere persone perbene. Il punto, per me, è saper riconoscere un'occasione che merita un'eccezione.

Ci sono incontri che si possono ripetere facilmente e altri che capitano di rado. Ci sono appuntamenti abituali e momenti ai quali qualcuno ha affidato un'attesa particolare. Trattarli tutti allo stesso modo significa ignorare una differenza importante: quello che per me è soltanto un impegno in più, per l'altro può essere il momento che aspettava.

Non serve trasformare ogni occasione in una cerimonia. Serve chiedersi: quanto conta per questa persona? Quanto mi costa davvero esserci? Posso spostare ciò che farei comunque un'altra volta? Ho preso un impegno sul quale qualcuno sta contando?

A volte la risposta sarà un no ragionevole. Altre volte ci accorgeremo che stiamo difendendo un'abitudine come se fosse una necessità irrinunciabile. Fare spazio, allora, può diventare un modo molto semplice di dire: oggi quello che conta per te conta anche per me.

Esserci senza far pesare la propria presenza

Anche il modo in cui restiamo ha importanza. Se partecipo facendo capire continuamente che vorrei andarmene, contando il tempo, chiudendomi in un silenzio ostile o rifugiandomi nel telefono, posso trasformare la mia presenza in qualcosa che l'altro si sente in colpa ad aver desiderato.

È qui che vedo il valore di un po' di discrezione. Non ogni sbuffo deve essere espresso, non ogni noia deve essere annunciata, non ogni preferenza deve occupare tutta la scena. Trattenere un gesto scortese non significa rinunciare alla propria personalità. Significa scegliere che cosa fare di un'emozione, invece di consegnarla agli altri senza riguardo.

Non chiedo una recita brillante. Bastano spesso gesti piccoli: salutare con attenzione, ascoltare senza fretta, interessarsi a qualcosa che non avremmo scelto come argomento. Se invece sappiamo di non poter esserci, o di dover andare via prima, possiamo dirlo con chiarezza e per tempo, senza lasciare agli altri il compito di scoprirlo quando hanno già organizzato tutto.

Il rispetto non pretende che io provi ciò che non provo. Mi chiede di non comportarmi come se ciò che prova l'altro fosse irrilevante. È una differenza che vorrei tenere presente anche nei giorni in cui sono stanco, distratto o poco disponibile.

Amare un figlio significa anche insegnargli a vedere gli altri

Mi interroga soprattutto l'atteggiamento degli adulti. A volte, per troppo amore, per stanchezza o per il desiderio di evitare un contrasto, finiamo per giustificare qualsiasi mancanza di attenzione: è fatto così, ha i suoi interessi, preferisce stare con i suoi amici. Tutto comprensibile. Ma comprendere una preferenza non significa considerare giusto ogni comportamento che ne deriva.

Non parlerei di questo per condannare un ragazzo o per definire una famiglia attraverso un singolo gesto. Si cresce anche imparando ciò che ancora non si sa vedere. Proprio per questo, però, un genitore dovrebbe poter dire con calma: capisco quello che vorresti fare, ma guarda che cosa significa questo momento per chi hai davanti.

Rinunciare a qualunque richiesta di riguardo non è necessariamente una forma più grande di amore. Può significare lasciare un figlio senza uno strumento che gli servirà nelle amicizie, nelle relazioni, nel lavoro: capire che le altre persone hanno attese, tempi e bisogni, anche quando non coincidono con i suoi.

E l'insegnamento deve partire da noi. Non possiamo chiedere ai figli di mettere da parte il telefono se siamo i primi a non alzare lo sguardo quando ci parlano. Non possiamo pretendere attenzione per ciò che piace a noi e liquidare sempre come irrilevante ciò che interessa a loro. L'educazione al rispetto perde credibilità quando viaggia in una direzione sola.

Il rispetto non dà diritto a tutto il tempo degli altri

Questo discorso ha un limite che considero importante. Un legame non autorizza a disporre continuamente della vita altrui. Essere genitori, parenti o amici non ci dà un diritto illimitato alla presenza di qualcuno. Se ogni richiesta diventa un'eccezione obbligatoria, l'eccezione smette di esistere.

Chi desidera compagnia deve anche saperla chiedere: «Per me sarebbe importante che ci fossi». Meglio una richiesta chiara di una prova d'affetto della quale l'altro scoprirà le regole soltanto dopo averla fallita. E si può concordare un tempo ragionevole, ascoltare un impedimento reale, accettare che un no non significhi sempre disinteresse.

Non tutti hanno le stesse energie o affrontano con la stessa facilità le situazioni sociali. Non ogni assenza è egoismo, non ogni difficoltà visibile è maleducazione. Il riguardo richiede di conoscere un po' le circostanze, non di distribuire giudizi a distanza. E nessuno dovrebbe essere obbligato a sopportare umiliazioni o situazioni dannose in nome della buona educazione.

Resta però valida la domanda iniziale: quando non c'è un impedimento serio, quando la richiesta è occasionale e proporzionata, perché il mio piacere abituale dovrebbe valere automaticamente più della gioia che potrei dare a qualcuno? Il fatto che io sia libero di scegliere non rende tutte le scelte ugualmente attente.

Il piacere può anche arrivare dopo la scelta

Pensiamo spesso che l'affetto debba prima farsi sentire e poi produrre un gesto. Può accadere anche il contrario: scegliamo di esserci, cominciamo ad ascoltare e scopriamo qualcosa che la nostra fretta non ci aveva lasciato vedere. Una conversazione prende una piega inattesa; una persona ci racconta qualcosa di sé; un momento ordinario diventa un ricordo.

Non succede sempre, e non voglio promettere che il dovere si trasformi ogni volta in piacere. Possiamo anche annoiarci davvero. Ma il valore di quella presenza non dipende soltanto da quanto ci siamo divertiti. Può stare nel fatto che qualcuno si sia sentito considerato, senza dover competere con tutte le nostre alternative.

Credo che maturare significhi anche imparare a scegliere tra desideri diversi: il piacere immediato di fare ciò che avevamo in mente e il desiderio più profondo di essere una persona sulla quale gli altri possono contare. Anche il secondo desiderio è nostro. Non è sempre qualcosa che il mondo ci impone da fuori.

Vista così, la sana ipocrisia può diventare una forma molto concreta di sincerità. Non quella che esibisce ogni impulso, ma quella che prova a essere fedele all'importanza che diciamo di dare alle persone.

Quello che vorrei lasciare ai miei figli

Figli miei, non vi chiedo di trovare piacevole ogni incontro, né di essere sempre disponibili. Vi auguro di conservare amicizie, passioni e tempo vostro. Ma vorrei che sapeste riconoscere quando una piccola rinuncia può diventare un grande gesto di attenzione.

Prima di dire «non mi va», provate ad aggiungere una domanda: «Quanto conta per l'altra persona?». Non per sentirvi automaticamente obbligati, ma per decidere avendo guardato anche fuori da voi. La libertà diventa più consapevole quando conosce ciò che la sua scelta lascia agli altri.

Voglio anche ringraziarvi per un'attenzione concreta: non ho mai dovuto chiedervi di fermarvi perché c'era un ospite. Non lo considero un dettaglio scontato. Per me significa che avete saputo accorgervi della presenza di qualcuno senza aspettare un ordine, ed è proprio questa sensibilità che vorrei continuaste a portare con voi.

Quando scegliete di esserci, fatelo con gentilezza, senza presentare il conto della vostra rinuncia. Quando non potete, ditelo con rispetto, senza inventare un entusiasmo o una scusa. E chiedete lo stesso riguardo anche per il vostro tempo: una relazione buona non ha sempre qualcuno che rinuncia e qualcun altro che riceve.

Non misurate il bene soltanto da ciò che vi viene spontaneo. C'è amore anche nel dire: avrei voglia di fare altro, ma oggi scelgo di esserci per te. Se questa è ipocrisia, è quella parte di ipocrisia che non nasconde il disprezzo, ma fa spazio alla considerazione.

Papy