Il problema: quando il mezzo diventa il fine
Nella scuola, nella pubblica amministrazione e nel mondo del lavoro si è progressivamente affermata la necessità di certificare conoscenze, competenze e qualità dei processi. L'idea è ragionevole: se una persona o un'organizzazione dichiarano di saper fare qualcosa, è utile disporre di strumenti che permettano di verificare quella dichiarazione secondo criteri uniformi e documentabili.
Sono nati così sistemi di certificazione, corsi accreditati, attestati, standard di qualità, griglie di punteggio e procedure di controllo. Tutto questo ha una funzione importante: ridurre l'arbitrarietà, rendere confrontabili situazioni diverse, conservare traccia delle decisioni e responsabilizzare chi opera.
Il problema nasce quando il rapporto si capovolge. La documentazione, nata per descrivere e sostenere una realtà, finisce per sostituirla. Il certificato non è più la conseguenza di una competenza: diventa l'obiettivo. La procedura non è più uno strumento per governare bene un'attività: diventa la prova formale che l'attività è stata governata bene.
Il rischio è semplice da formulare: smettiamo di chiederci se una cosa funziona davvero e cominciamo a chiederci se esiste il documento che attesta che dovrebbe funzionare.
La "carta dei topi": una frase da bambino che spiega un problema da adulti
Anni fa mi capitò di raccontare in famiglia un episodio avvenuto in un luogo di lavoro a me vicino. In seguito alla segnalazione di una dipendente era stata effettuata una visita ispettiva sulla sicurezza. L'ispezione non aveva messo in luce pericoli clamorosi né situazioni sostanzialmente gravi. Il rilievo principale riguardava invece la documentazione: mancavano o non erano completi alcuni documenti che descrivevano i rischi presenti nell'attività e le misure adottate per prevenirli o ridurli.
Il documento a cui oggi ricondurrei quell'episodio è il DVR, il Documento di Valutazione dei Rischi. Ed è giusto che esista: la sicurezza non può dipendere soltanto dal buon senso o dalla memoria di chi lavora. Mentre raccontavo il fatto in famiglia, però, quell'episodio mise in evidenza in modo quasi comico la distanza che può crearsi tra la realtà e la sua rappresentazione burocratica.
Mio figlio era ancora bambino. Ascoltò il racconto e, con quella capacità infantile di eliminare tutte le sovrastrutture, riassunse la situazione in una frase che non ho più dimenticato:
«Allora non è che hanno trovato i topi. È che manca la carta che dice che non ci sono i topi.»
Naturalmente il DVR non è affatto una semplice 'carta che dice che non ci sono i topi': deve individuare i rischi reali, valutarli e indicare le misure adottate per ridurli. Ma proprio per questo la battuta è efficace. Se il documento nasce per descrivere e governare la realtà, il pericolo comincia quando la presenza del documento diventa più importante della realtà che dovrebbe rappresentare.
Da allora, per me, la 'carta dei topi' è diventata il simbolo di una tentazione molto più generale: scambiare l'evidenza formale con l'evidenza sostanziale. Non riguarda solo la sicurezza sul lavoro. Riguarda certificazioni di qualità, corsi, titoli, graduatorie, concorsi e perfino il modo in cui decidiamo chi è competente e chi non lo è.
Perché la documentazione serve davvero
Sarebbe troppo facile concludere che la burocrazia sia inutile e che basti il buon senso. Non è così. La documentazione è essenziale soprattutto quando le organizzazioni diventano complesse. Un rischio non scritto può essere dimenticato; una procedura non formalizzata può dipendere soltanto dalla memoria di una persona; una responsabilità non definita può trasformarsi in una catena di equivoci.
Il DVR, per restare nell'esempio, obbliga il datore di lavoro a fermarsi, identificare i pericoli, valutare chi è esposto, decidere misure preventive e aggiornarle quando cambiano le condizioni. Il suo valore non è nella carta in sé, ma nel processo mentale e organizzativo che la carta dovrebbe rendere obbligatorio, verificabile e trasmissibile.
La stessa cosa vale per molti sistemi di qualità. Una procedura scritta può impedire che un'attività delicata venga eseguita ogni volta in modo diverso. Una registrazione permette di capire a posteriori che cosa è accaduto. Una check-list può evitare un'omissione. Il problema non è dunque la carta. Il problema è quando la carta diventa indipendente dalla realtà che dovrebbe rappresentare.
ISO 9001: la qualità del sistema non coincide con la qualità del risultato
Un caso interessante è quello della ISO 9001. Spesso si tende a interpretare una certificazione di qualità come se significasse automaticamente che l'organizzazione certificata produce i risultati migliori. In realtà il significato è diverso: la certificazione riguarda il sistema di gestione della qualità, cioè il modo in cui l'organizzazione definisce processi, responsabilità, controlli, gestione delle non conformità e miglioramento.
È una garanzia importante, ma non assoluta. Un processo ben organizzato aumenta la probabilità di ottenere risultati affidabili; non trasforma automaticamente ogni prodotto nel migliore prodotto possibile e non rende automaticamente ogni dipendente un eccellente professionista.
Qui ritorna la 'carta dei topi'. La procedura che dimostra che il controllo è stato previsto non deve essere confusa con il risultato del controllo. Il documento deve essere un ponte verso la realtà, non un sostituto della realtà.
Certificazioni informatiche: sapere, saper fare, aver fatto
Lo stesso problema appare con chiarezza nelle certificazioni individuali. Una certificazione informatica può avere un programma serio, materiali ben costruiti ed esami correttamente organizzati. Può essere un buon percorso di apprendimento e può fornire una base comune di conoscenze.
Ma il possesso del certificato non coincide necessariamente con la competenza professionale. Una persona può conoscere i comandi di un foglio elettronico e non saper progettare un modello utile; può conoscere la sintassi di SQL e non saper analizzare un database reale; può aver superato un test e trovarsi in difficoltà davanti a un problema nuovo.
È utile distinguere almeno tre livelli: sapere, saper fare, aver fatto. Il sapere riguarda le conoscenze teoriche. Il saper fare riguarda la capacità di applicarle. L'aver fatto riguarda l'esperienza concreta, documentabile, maturata affrontando problemi reali. Una buona valutazione professionale dovrebbe provare a osservare tutti e tre i livelli.
L'esperienza che non entra nella casella
Per molti anni ho lavorato nell'informatica e mi è capitato di vivere situazioni in cui la competenza emergeva in modo molto diverso da quello rappresentabile con un titolo. Nel 1986, per esempio, mi trovai a dover portare a termine un collaudo finale intervenendo su un software che non avevo sviluppato io. Il progetto aveva un valore di circa due miliardi di lire.
In una situazione del genere non basta ricordare una nozione. Bisogna capire rapidamente un sistema costruito da altri, individuare il punto in cui qualcosa non funziona, modificare il software senza introdurre nuovi errori e assumersi la responsabilità di un risultato concreto. È una prova di competenza molto più vicina alla realtà professionale di molti test.
Eppure, leggendo in seguito i requisiti di alcuni concorsi, mi sono accorto che esperienze di questo tipo potevano valere formalmente zero. Una pubblicazione aveva una casella. Un titolo aveva una casella. Un corso aveva una casella. Un progetto complesso portato a termine con responsabilità diretta spesso non aveva una casella nella quale entrare.
È uno dei limiti più evidenti dei sistemi a punteggio: tendono a premiare ciò che è facilmente quantificabile, non necessariamente ciò che è più significativo.
Quando il titolo diventa una moneta amministrativa
Questo meccanismo produce inevitabilmente degli incentivi. Se in una graduatoria una certificazione vale punti, molte persone cercheranno quella certificazione. Se un corso vale punti, aumenterà la domanda di quel corso. Se una pubblicazione vale punti, aumenterà il numero delle pubblicazioni.
Non c'è nulla di strano: le persone si adattano razionalmente alle regole del sistema. Ma il sistema può così allontanarsi dal suo scopo originario. Invece di premiare la competenza, rischia di premiare l'abilità nell'accumulare indicatori di competenza.
Il problema diventa particolarmente evidente quando esistono corsi a pagamento, con contenuti anche seri e dispense ben fatte, ma con esami finali percepiti come una formalità. In quel caso il percorso può persino essere utile, ma il valore selettivo del certificato si riduce: non distingue più in modo credibile chi ha realmente studiato e acquisito competenze da chi ha semplicemente completato l'iter necessario per ottenere il titolo.
Quando una misura diventa un obiettivo, le persone imparano a massimizzare la misura. E la misura rischia di smettere di rappresentare bene ciò che voleva misurare.
Il paradosso dell’oggettività
Perché allora continuiamo a usare così tanto titoli, attestati e punteggi? Perché sono facili da verificare. Un certificato esiste oppure no. Un corso ha un numero di ore. Una laurea ha una data. Una pubblicazione ha un riferimento. Tutti elementi che una commissione può controllare rapidamente e difendere in caso di contestazione.
Valutare l'esperienza è molto più difficile. Quanto vale aver risolto un problema critico? Come confrontare due progetti diversi? Come evitare che il racconto del candidato diventi autocelebrazione? Come garantire che la commissione non favorisca qualcuno con valutazioni soggettive?
Queste obiezioni sono serie. Ma esiste un paradosso: per eliminare la soggettività rischiamo di eliminare anche una parte della realtà. Sostituiamo una valutazione difficile ma significativa con una misurazione semplice ma incompleta.
È come cercare le chiavi sotto il lampione non perché siamo sicuri di averle perse lì, ma perché lì c'è più luce.
Il portfolio: documentare la competenza invece di dichiararla
Una possibile via d'uscita consiste nell'affiancare ai titoli un vero portfolio delle competenze. Non un curriculum generico, pieno di formule come 'responsabile di', 'partecipazione a' o 'collaborazione con', ma una raccolta strutturata di esperienze verificabili. È proprio qui che conduceva il ragionamento da cui nasce questo saggio: se un sistema non riesce a riconoscere ciò che una persona ha realmente fatto, non basta aggiungere un'altra certificazione alla griglia; occorre cambiare il modo in cui la competenza viene documentata.
Per ogni esperienza significativa si potrebbero indicare il progetto, il contesto, il problema da affrontare, il ruolo personale, le azioni effettivamente svolte, il risultato ottenuto e le evidenze disponibili. Quando possibile, queste evidenze dovrebbero essere validate da chi ha osservato il lavoro: un responsabile, un supervisore, un committente o un referente tecnico. Non una generica lettera di elogio, ma l'attestazione concreta che una certa attività è stata svolta e che una determinata competenza è stata effettivamente dimostrata.
In questo modo la domanda cambierebbe. Non più soltanto: 'Quali titoli possiedi?', ma anche: 'Che cosa hai fatto? Quale problema hai risolto? Quale risultato puoi documentare?'.
Il modello della formazione sul campo
Un modello particolarmente interessante è quello dei percorsi professionali in cui la competenza viene osservata mentre si manifesta. Nella formazione medica britannica, per esempio, il portfolio accompagna il medico in formazione e raccoglie attività, procedure, valutazioni e competenze progressivamente acquisite; il supervisore conferma ciò che è stato effettivamente osservato. Il principio è molto diverso dal semplice accumulo di attestati.
La logica viene così rovesciata: non soltanto 'hai frequentato il corso?', ma soprattutto 'hai dimostrato di saper fare questa cosa?'. Il corso resta importante, ma è uno strumento per imparare; la competenza emerge quando quella conoscenza viene usata in una situazione reale e qualcuno qualificato può attestarne l'effettiva applicazione.
In informatica si potrebbe chiedere di mostrare un database progettato, una procedura ottimizzata, un sistema recuperato, un problema diagnosticato. Nella scuola si potrebbe osservare la progettazione di una lezione, l'uso ragionato di uno strumento, la capacità di valutare l'apprendimento degli studenti. In un ufficio amministrativo si potrebbe proporre una pratica complessa da gestire. In un laboratorio tecnico, un guasto da diagnosticare.
Prove autentiche, non soltanto quiz
Anche gli esami potrebbero essere ripensati. I quiz sono utili per verificare rapidamente molte conoscenze e garantiscono una certa uniformità di correzione. Ma non possono essere l'unico strumento quando ciò che interessa è la capacità di agire in una situazione reale.
Una prova autentica mette la persona davanti a un problema simile a quelli che incontrerà davvero. Non chiede soltanto quale sia la risposta corretta tra quattro alternative: chiede di costruire una risposta, motivarla, verificarla e correggerla se necessario.
È più difficile da valutare, certamente. Ma se il lavoro è complesso, forse è inevitabile che anche la valutazione della capacità di svolgerlo contenga una parte di complessità.
Una proposta: titoli, prove e portfolio validato
Non propongo di abolire certificazioni, titoli o procedure. Sarebbe un errore opposto e altrettanto grave. Servono standard comuni, documenti, controlli e criteri verificabili. Ma accanto a essi dovrebbe trovare spazio una forma strutturata di evidenza professionale: un portfolio nel quale siano descritti i progetti svolti, il ruolo ricoperto, i problemi affrontati, le soluzioni adottate e i risultati ottenuti.
Un sistema di selezione potrebbe quindi combinare quattro elementi: titoli e formazione; prove pratiche o autentiche; portfolio di esperienze documentate; validazione da parte di supervisori o responsabili che possano attestare le attività effettivamente svolte. In questo modo l'esperienza non diventerebbe una semplice autodichiarazione, ma neppure verrebbe cancellata perché non entra in una casella predefinita.
Allo stesso modo, una procedura di qualità dovrebbe essere giudicata anche per gli effetti che produce. Un DVR dovrebbe essere importante non perché esiste materialmente in un raccoglitore, ma perché ha costretto l'organizzazione a conoscere i propri rischi e a ridurli davvero.
Dalla "carta dei topi" alla cultura della prova
La battuta di un bambino può quindi diventare una piccola lezione sulla valutazione. 'Non hanno trovato i topi; manca la carta che dice che non ci sono i topi' descrive con ironia una tentazione tipica delle organizzazioni moderne: confondere ciò che è documentato con ciò che è vero.
La soluzione non è eliminare la carta. È fare in modo che la carta continui a puntare verso la realtà. Ogni documento dovrebbe avere una domanda concreta dietro di sé: quale rischio abbiamo ridotto? Quale errore abbiamo evitato? Quale competenza abbiamo realmente osservato? Quale risultato possiamo mostrare?
Quando non sappiamo rispondere, il documento rischia di diventare rituale. Quando invece la risposta è chiara, il documento torna ad avere il suo senso: rende visibile, controllabile e trasmissibile qualcosa che esiste davvero.
Conclusione: non abolire la carta, riportarla alla realtà
Le società moderne hanno bisogno di certificazioni perché hanno bisogno di fiducia. Non possiamo conoscere personalmente ogni professionista, ogni impresa, ogni scuola o ogni organizzazione con cui entriamo in rapporto. Abbiamo quindi bisogno di documenti, standard e attestazioni. Il problema non è la carta in sé: è il momento in cui la carta smette di essere una traccia della realtà e pretende di sostituirla.
La conclusione è allora meno radicale, ma più impegnativa: non bisogna scegliere tra titoli ed esperienza, tra procedure e buon senso, tra certificazioni e lavoro concreto. Bisogna costruire sistemi nei quali le carte rimandino continuamente a evidenze reali. Un titolo deve dire che cosa è stato appreso; una certificazione deve essere sostenuta da una verifica seria; un portfolio deve mostrare ciò che è stato fatto; un supervisore deve poter confermare ciò che ha realmente osservato.
Per questo, nei concorsi e nelle selezioni, accanto alla domanda 'quali titoli possiedi?' dovrebbe comparirne un'altra: 'quali problemi hai affrontato, quale ruolo hai avuto, che cosa hai realizzato e chi può attestarlo?'. Sarebbe un modo per recuperare proprio quelle esperienze che oggi rischiano di valere zero soltanto perché non hanno una casella già pronta nella griglia dei punteggi.
Alla fine resta quella frase di un bambino. Non avevano trovato i topi: mancava la carta che diceva che non c'erano. È una battuta, ma contiene un criterio molto serio per giudicare ogni sistema di qualità e ogni sistema di valutazione: la carta è utile soltanto se ci aiuta a guardare meglio la realtà. E prima di controllare che la carta sia in ordine, dovremmo continuare a chiederci se, dietro la carta, i topi ci sono davvero.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
A voi tre vorrei lasciare l'attenzione per la realtà che si trova dietro ogni attestato. Studiate, prendete i titoli che vi servono e rispettate le regole che proteggono le persone. Ma chiedetevi sempre che cosa avete imparato davvero, quale problema sapete affrontare e quali fatti possono confermare le vostre parole.
Non vergognatevi di documentare il vostro lavoro: una buona prova permette agli altri di riconoscerlo. E non accontentatevi di una carta in ordine quando la situazione concreta chiede ancora cura. Il documento migliore non copre un rischio: aiuta a vederlo e a ridurlo.
Vi auguro di non essere giudicati soltanto per la casella che potete riempire e di non giudicare così gli altri. Conservate la curiosità di quel bambino che fece una domanda semplice e giusta. Dietro ogni certificato, ogni punteggio e ogni promessa, cercate sempre le persone e i fatti.
Papy