Influencer, consumo e libertà di scelta

Dietro una provocazione, la domanda su chi decide davvero

«L’influencer è un pirla sfaticato che lucra su pirla danarosi incapaci di scegliersi da soli un paio di scarpe da pirla.»

Vittorio Sgarbi

Una persona osserva una parete di scarpe mentre, tutt’intorno, grandi schermi mostrano volti che presentano e raccomandano gli stessi prodotti. L’immagine non condanna chi comunica né chi ascolta: rappresenta piuttosto il rischio che il consiglio, moltiplicato e trasformato in pressione sociale, finisca per sostituirsi al gusto personale e alla capacità di decidere autonomamente.
Scegliere tra mille suggerimentiQuando troppe voci ci dicono che cosa desiderare, scegliere davvero diventa più difficile.

Dietro l’insulto, una provocazione sulla scelta

La frase è volutamente aggressiva e costruita per colpire. Se la si prende alla lettera, riduce sia gli influencer sia il loro pubblico a una caricatura. Ma, separando il linguaggio provocatorio dal contenuto, emerge una domanda interessante: quanto scegliamo davvero da soli e quanto, invece, lasciamo che gusti, acquisti e desideri vengano orientati da persone che hanno acquisito visibilità e credibilità sui social?

L’influencer non ha inventato l’influenza

Prima dei social esistevano già testimonial, divi del cinema, sportivi, pubblicità, riviste di moda, negozianti e consigli degli amici. L’idea di comprare qualcosa perché una persona autorevole, famosa o ammirata la suggerisce non è dunque nuova. Ciò che cambia è la vicinanza apparente: l’influencer entra ogni giorno nello schermo personale, parla con tono informale e può sembrare meno distante di una pubblicità tradizionale.

Questa familiarità può rendere il messaggio più efficace. La raccomandazione non appare sempre come un annuncio, ma come un consiglio, un’esperienza personale o una scelta spontanea. Proprio qui diventa importante distinguere tra testimonianza autentica, contenuto sponsorizzato e semplice costruzione commerciale.

Essere influenzati non significa essere incapaci

La battuta di Sgarbi attribuisce al pubblico una totale incapacità di scegliere. È una semplificazione. Tutti siamo influenzati, anche quando ci consideriamo indipendenti: dal prezzo, dal design, dalla reputazione di un marchio, dalle recensioni, dalle abitudini familiari e dalle persone di cui ci fidiamo. Essere influenzati non equivale automaticamente a essere privi di giudizio.

La questione più utile è un’altra: siamo consapevoli delle influenze che riceviamo? Un consiglio può essere prezioso quando ci permette di conoscere qualcosa che ignoravamo. Diventa problematico quando smettiamo di verificare se ciò che ci viene suggerito corrisponde davvero ai nostri bisogni.

Dal consiglio al bisogno creato

Il marketing più efficace non si limita a proporre una soluzione a un bisogno già esistente. Può anche suggerire che ci manchi qualcosa, che un oggetto sia necessario per appartenere a un gruppo, per apparire più desiderabili o per sentirci aggiornati. Nei social questo meccanismo può essere amplificato dalla ripetizione e dal confronto continuo con vite accuratamente selezionate e presentate.

Il rischio non è soltanto spendere denaro. È confondere progressivamente ciò che desideriamo davvero con ciò che abbiamo imparato a desiderare perché lo vediamo continuamente desiderato dagli altri.

Anche l’influencer può avere una funzione utile

Sarebbe però ingiusto concludere che l’intero fenomeno sia privo di valore. Esistono creator che spiegano prodotti, confrontano caratteristiche, divulgano conoscenze, mostrano esperienze e aiutano il pubblico a orientarsi in settori complessi. Come in molti altri mestieri, qualità, competenza e trasparenza possono variare enormemente.

Per questo la critica più solida non riguarda l’esistenza dell’influencer in sé, ma il rapporto tra influenza e responsabilità: quanto è chiaro l’interesse commerciale? Quanto è competente chi consiglia? Quanto è verificabile ciò che afferma?

La responsabilità di chi guarda

Una parte della responsabilità rimane inevitabilmente anche a chi riceve il messaggio. Delegare completamente una scelta significa rinunciare a esercitare il proprio criterio. Non serve diventare esperti di ogni prodotto, ma è ragionevole fermarsi e chiedersi: lo comprerei anche se non lo avessi visto addosso a quella persona? Mi serve davvero? Sto pagando il valore dell’oggetto o il desiderio di imitare un’immagine?

Sono domande semplici, ma restituiscono alla scelta una parte della sua autonomia.

La provocazione funziona proprio perché esagera

Il linguaggio di Sgarbi trasforma il fenomeno in una caricatura: da una parte lo “sfaticato” che guadagna mostrando prodotti, dall’altra il consumatore incapace di decidere perfino quali scarpe comprare. La realtà è molto più sfumata. Ma l’esagerazione ha una funzione: costringe a chiederci se, in alcuni casi, non stiamo davvero cedendo ad altri una parte troppo grande delle nostre decisioni.

Il vero problema è chi sceglie

Forse allora la domanda non è se gli influencer siano utili o inutili, intelligenti o sciocchi. La domanda più interessante è quale ruolo decidiamo di assegnare loro. Possiamo considerarli una fonte fra molte, oppure trasformarli in sostituti del nostro giudizio.

Conclusione

Un consiglio può aiutarci a scegliere; non dovrebbe esonerarci dal farlo.

— Vittorio Sgarbi