Per un certo tempo ho creduto di avere inventato una frase: «ogni cosa che non sai è un calcio in culo che domani prenderai». Poi ho scoperto che esistevano espressioni molto simili. Una variante, riferita alle parole da imparare, compare anche in un testo dedicato a don Lorenzo Milani. Non conosco l’origine precisa della formulazione che usavo io, e preferisco lasciare aperta la questione anziché attribuirle un autore per sentito dire. (Una variante riportata da LA7)
Questo non cambia il motivo per cui la sento vicina. Non è una frase elegante. È ruvida, esagerata, e forse proprio per questo resta nella memoria. Ha dentro un avvertimento che considero importante: quello che oggi non sappiamo può diventare, domani, qualcosa di cui pagheremo il prezzo.
Non penso a una punizione per chi non sa. Penso alle occasioni in cui una domanda, un po’ di attenzione o una conoscenza in più avrebbero potuto evitarci una difficoltà. Il calcio è quello della realtà, quando arriva senza preoccuparsi di sapere se siamo preparati.
Il conto arriva dopo
A volte non impariamo una cosa perché ci sembra lontana dalla nostra vita. Non ci serve adesso, non sarà materia d’esame, non riguarda il lavoro che vorremmo fare. Allora la lasciamo passare, come se tutto ciò che non produce un vantaggio immediato fosse tempo perso.
Poi qualcosa cambia. Ci affidano un compito, ci troviamo da soli davanti a un problema, dobbiamo capire una situazione nuova. È in quel momento che una lacuna fino a ieri invisibile diventa concreta. Non era scomparsa: semplicemente, non ci aveva ancora presentato il conto.
Immagino chi comincia un lavoro e ascolta a metà una spiegazione perché gli sembra facile. Non chiede a che cosa serva un controllo, salta un passaggio e se ne accorge quando deve rifare tutto. La fatica che voleva risparmiarsi era piccola; quella che arriva dopo è più grande. Il tempo dedicato a capire non è necessariamente tempo sottratto al fare: spesso è ciò che ci permette di fare meglio.
Sapere per essere più liberi
Per me conoscere significa anche avere qualche possibilità in più di scegliere. Se non capisco le parole con cui qualcuno mi presenta una decisione, rischio di limitarmi ad annuire. Se conosco almeno il problema, posso fare domande, chiedere spiegazioni, accorgermi che manca qualcosa.
Non significa diventare esperti di tutto o diffidare di chiunque. Avremo sempre bisogno delle competenze degli altri. Ma c’è differenza tra affidarsi a qualcuno sapendo perché lo facciamo e consegnargli ogni decisione soltanto perché ci sentiamo incapaci di capirla.
Anche imparare a esprimersi conta. Avere le parole per dire che cosa desideriamo, che cosa non comprendiamo, che cosa ci sembra ingiusto ci permette di partecipare alla nostra vita invece di subirla in silenzio. Non basta avere qualcosa da dire: bisogna poter trovare il modo di dirlo.
Sapere non serve a sentirsi superiori. Serve a essere meno indifesi. E chi sa qualcosa dovrebbe usare ciò che sa anche per rendere più libero chi gli sta accanto, non per farlo sentire piccolo.
La domanda che ci vergogniamo di fare
Una delle cose che mi dispiacciono di più è vedere qualcuno fingere di avere capito. Magari annuisce, sorride, ripete una parola sentita dagli altri. Non vuole sembrare impreparato, così rinuncia proprio all’occasione di prepararsi.
Dire «non lo so» può mettere a disagio. Ma è una frase che apre una porta. «Me lo spieghi?» ne apre un’altra. Fingere di sapere, invece, rischia di chiuderle entrambe: gli altri credono che non abbiamo bisogno di aiuto e noi restiamo soli con quello che non abbiamo capito.
Preferisco una domanda semplice fatta al momento giusto a una sicurezza esibita senza fondamento. Al lavoro, a scuola, in famiglia, ci sono errori che cominciano molto prima di essere commessi: cominciano quando decidiamo che fare bella figura è più importante che capire.
E la responsabilità non è soltanto di chi dovrebbe chiedere. Chi insegna, chi dirige, chi è genitore deve rendere possibile quella domanda. Se ogni incertezza viene accolta con una risata o un rimprovero, stiamo insegnando a nascondere i dubbi, non a superarli.
Non si impara soltanto sui libri
Quando parlo di sapere, non penso soltanto ai titoli di studio. Una persona può aver studiato molto e non saper ascoltare nessuno. Un’altra può avere frequentato poco la scuola e conoscere un mestiere, comprendere le persone, affrontare con buon senso situazioni difficili.
La scuola è importante, ma non esaurisce quello che c’è da imparare. Si impara osservando qualcuno che lavora bene, chiedendogli perché fa una cosa in un certo modo, provando con pazienza, accettando una correzione. E si impara anche da chi è più giovane di noi.
Ci sono poi conoscenze che non sembrano utili finché non ne sentiamo la mancanza. Un libro può darci parole per un sentimento che non riuscivamo a spiegare. Una lingua può permetterci di conoscere una persona. Una storia lontana può aiutarci a vedere con occhi diversi quello che abbiamo davanti.
Non vorrei ridurre la cultura a un’assicurazione contro le fregature. Imparare può essere anche un piacere, una scoperta, un modo di allargare la propria vita. Non tutto ciò che vale deve servire subito a guadagnare qualcosa o a evitare un danno.
Non occorre sbagliare tutto di persona
C’è un altro sapere che spesso trascuriamo: quello che nasce dall’esperienza degli altri. Ascoltiamo un racconto e pensiamo che a noi non succederà, che la nostra situazione è diversa, che sapremo cavarcela meglio.
Qualche volta è vero: le situazioni non sono tutte uguali. Ma questa differenza non dovrebbe impedirci di imparare. Non serve ripetere ogni errore per capire che può avere conseguenze. Possiamo ascoltare come è nato, che cosa non è stato visto, quale decisione avrebbe potuto cambiare il seguito.
Questo vale anche nei rapporti. Possiamo accorgerci, ascoltando qualcuno, di quanto faccia male essere dati per scontati. Non abbiamo bisogno di perdere una persona per cominciare a chiederle come sta. E non dobbiamo aspettare una discussione per imparare a dire con chiarezza quello di cui abbiamo bisogno.
Naturalmente, l’esperienza non è una legge da imporre. Un padre può raccontare quello che ha capito, ma non pretendere che i figli vivano la sua stessa vita. Vorrei offrire strumenti, non sostituirmi alle loro scelte. Anche chi dà un consiglio deve ricordarsi che ha ancora qualcosa da imparare.
Nessuno può sapere tutto
Se prendessi la mia frase alla lettera, sarebbe ingiusta. Le cose che non sappiamo sono infinite, e non abbiamo il tempo di impararle tutte. Non ogni lacuna diventerà un problema, e nessuna preparazione ci mette al riparo da ogni errore o dispiacere.
Non tutti, inoltre, hanno avuto le stesse possibilità di studiare, persone disponibili a spiegare, tempo libero per approfondire. Non sapere qualcosa non diminuisce il valore di una persona. E se qualcuno approfitta della sua inesperienza, la responsabilità dell’inganno resta di chi inganna.
La distinzione che mi interessa è tra una lacuna e la decisione di non volerla guardare. Posso ignorare molte cose e restare curioso. Oppure posso sapere molto e smettere di ascoltare. Nel secondo caso, proprio la sicurezza di essere preparato rischia di rendermi meno attento.
Perciò quella frase, per come la intendo, non chiede di vivere in allarme o di studiare senza riposarsi. Chiede di non liquidare sempre una spiegazione con «tanto non mi serve» e di dedicare attenzione soprattutto alle cose dalle quali dipendono le nostre scelte. Non possiamo prepararci a tutto. Possiamo però evitare di fare della distrazione un’abitudine e della presunzione una difesa.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, quando vi capita qualcosa che non capite, non pensate subito di non esserne capaci. Fermatevi, fate una domanda, cercate qualcuno che sappia spiegare. A volte ciò che sembra difficile ha soltanto bisogno di essere affrontato un passaggio alla volta.
Non vergognatevi di imparare tardi, di ricominciare o di farvi insegnare qualcosa da una persona più giovane. E non confondete chi parla con sicurezza con chi conosce davvero una cosa. Ascoltate, verificate quando serve, lasciatevi la libertà di cambiare idea.
Vorrei che studiaste per costruirvi possibilità, non soltanto per ottenere un voto. Che imparaste un mestiere senza smettere di coltivare la curiosità. Che sapeste chiedere aiuto e, quando siete voi a sapere qualcosa, lo spiegaste senza mortificare chi vi ascolta.
E quando, nonostante tutto, prenderete una di quelle dolorose lezioni della vita, non usatela per convincervi di essere stupidi o incapaci. Provate a capire che cosa è successo, che cosa potevate sapere e che cosa non dipendeva da voi. Imparare da un errore non significa condannarsi per averlo commesso.
Non posso risparmiarvi ogni calcio della vita. Posso però incoraggiarvi a non arrivare disarmati proprio davanti alle cose che avreste potuto conoscere. E posso ricordarvi che domandare oggi è spesso più facile che dover rimediare domani.
Per questo continuo a sentire mia quella frase, anche se non posso dire di averla inventata: non come una firma da rivendicare, ma come un pensiero da trasmettere. Vorrei lasciarvi la voglia di capire, prima ancora della pretesa di avere ragione.
Papy