Da bambino sentii una frase che mi è rimasta dentro: «Il gioco è un lusso, deve giocare solo chi se lo può permettere». Non ricordo quella frase come un invito a giocare, ma come un confine. Prima viene ciò che serve per vivere. Soltanto dopo, eventualmente, viene ciò che possiamo permetterci di perdere.
Il gioco con piccole poste in denaro mi ha accompagnato fin da molto giovane, già intorno ai dodici anni: calcio balilla, tressette, calabrisella, poi poker e scommesse sul calcio. Racconto questo percorso, non lo propongo come un’iniziazione da ripetere. Oggi non consiglierei a un bambino di imparare a divertirsi mettendo a rischio denaro. E non confondo giochi diversi: l’abilità può avere un peso in una partita fra persone; non permette di comandare un’estrazione casuale.
Nel tempo ho cambiato giochi e cercato di rischiare poco, conservando quella frase come riferimento. Non ho una formula da consegnare agli altri per renderli immuni dalla dipendenza. Ho un’esperienza personale, alcune immagini che non dimentico e una convinzione: il gioco non dovrebbe mai essere incaricato di risolvere i problemi della vita.
Una serata con un prezzo, non con una promessa
Quando scelgo di sedermi a un tavolo, considero la serata un po’ come una cena fuori. Decido prima quanto sono disposto a spendere. Se perdo quella cifra, per me la serata di gioco è finita. Posso aver chiacchierato, riso, ragionato su una mano e trascorso del tempo piacevole. Non pretendo che il portafoglio debba certificare il valore di ogni ora passata in compagnia.
Dire «ho finito i soldi», in quel momento, significa soprattutto: ho finito i soldi destinati a questo. Non voglio discutere con il limite che avevo stabilito quando ero tranquillo. Non voglio trasformarlo in una promessa provvisoria, modificabile appena mi dispiace perdere. La cifra successiva non sarebbe più il prezzo della serata che avevo scelto: sarebbe il prezzo del mio rifiuto di accettarne il risultato.
L’analogia con la cena, però, ha un limite importante. Il conto del ristorante non mi invita a pagare un’altra cena per recuperare il costo della prima. Il gioco può invece suggerire proprio questo: resta ancora, la prossima mano rimetterà a posto tutto. Per questo un budget è una precauzione, non un certificato di sicurezza. A mio giudizio deve valere anche nel tempo: una piccola cifra ripetuta continuamente può diventare una spesa che non avevamo mai deciso davvero di sostenere.
I soldi persi non diventano un credito che il gioco ha il dovere di restituirmi. Se li inseguo, sto affidando altro denaro alla stessa incertezza che mi ha portato fin lì. Per me uscire perdente da una serata e considerarla comunque divertente significa questo: non dover vincere per avere il permesso di alzarmi.
Il latte dei figli, dopo l’ultima mano
Quando ero studente, mi capitava di giocare nei bar con uomini che lavoravano e disponevano di più denaro di me. Con le carte me la cavavo, e spesso vincevo. A quell’età era facile guardare soprattutto la parte che mi riguardava: la soddisfazione di giocare bene, il denaro guadagnato, la sensazione di saperci fare.
Poi, a fine serata, arrivava una domanda che cambiava il significato di tutto: qualcuno chiedeva un prestito per comprare il latte ai figli. Sul tavolo, fino a poco prima, quei soldi erano sembrati semplicemente puntate. In quella domanda tornavano a essere ore di lavoro, spesa di casa, bisogni di persone che non avevano partecipato alla partita.
Mi domandavo che cosa avrebbe sentito quell’uomo l’indomani, tornando al lavoro e sapendo di avere perso una giornata di salario. Non posso sapere che cosa passasse davvero nella sua testa. Ma il pensiero mi colpiva: la fatica da ripetere, il denaro che non c’era più, la famiglia a cui sarebbe mancato qualcosa. Il giorno dopo non sarebbe ripartito da zero. Avrebbe dovuto affrontare anche ciò che la sera prima aveva tolto.
Oggi non racconterei quelle vincite come una dimostrazione della mia bravura. Quella domanda sul latte mi sembra molto più importante del punteggio. Mi impedisce di considerare una partita soltanto dal posto in cui ero seduto: dietro il denaro perso da qualcuno possono esserci conseguenze che il vincitore non vede.
Che cosa significa davvero poterselo permettere
«Posso permettermelo» non significa soltanto «ho questa somma in tasca». Posso avere denaro disponibile e avere già impegni che lo riguardano: l’affitto, una cura, la scuola dei figli, una spesa concordata, un margine necessario per gli imprevisti. Il fatto che una banconota sia materialmente nelle mie mani non cancella le responsabilità a cui dovrebbe servire.
Non vorrei, però, ricavare dalla frase ascoltata da bambino una divisione fra ricchi autorizzati e poveri da rimproverare. La ricchezza non rende una persona immune dalla dipendenza, e la difficoltà economica non toglie il diritto al divertimento. Mi sembra piuttosto una ragione per cercare divertimenti che non aggravino quella difficoltà. Il passatempo dovrebbe alleggerire la giornata, non diventare un’altra minaccia da cui difenderla.
E il prezzo non è soltanto economico. Se una serata si prende continuamente il tempo promesso ai figli, l’attenzione dovuta al partner o la serenità del giorno successivo, non posso dire che non sia costata nulla soltanto perché ho chiuso in pari. Anche vincere può accompagnarsi a una perdita che il conto del tavolo non registra.
Questo è il significato più esigente che oggi do a quella frase: posso permettermi qualcosa quando il suo costo non viene scaricato, senza accordo, sulla vita di qualcun altro. Non tutto ciò che riesco a pagare appartiene davvero al mio spazio di libertà.
Il sistema di ogni settimana
Mi infastidisce profondamente l’idea della giocata diventata un appuntamento obbligatorio: il sistema da rinnovare, la schedina da non saltare, la paura che proprio quella settimana escano i numeri inseguiti da anni. Non sto dicendo che una frequenza settimanale basti a diagnosticare una dipendenza. Sto dicendo che, per come desidero vivere, non voglio aggiungere ai miei impegni anche il dovere di alimentare una speranza a pagamento.
Per me un eventuale biglietto di lotteria, una volta all’anno, può restare un gesto occasionale. Non lo considero però innocuo per definizione, né lo consiglio a chi sta cercando di smettere. È una scelta diversa da quella di contare sul gioco per cambiare condizione. Il desiderio di una vita migliore merita progetti, competenze, aiuto e opportunità reali: non dovrebbe essere lasciato in attesa di un’estrazione.
Un conto elementare può riportare le cose alla loro misura. Dieci euro ogni settimana diventano 520 euro di puntate in un anno, prima delle eventuali vincite. Non sono automaticamente 520 euro persi, ma sono 520 euro impegnati. La cifra singola può sembrare trascurabile; l’abitudine completa può avere un peso che preferiamo non guardare.
Anche la parola «sistema» merita meno suggestione. Coprire più combinazioni può aumentare la probabilità complessiva di un premio, ma comporta più giocate e più costo: non rende più probabile ciascuna combinazione acquistata. E ripetere gli stessi numeri non fa maturare un diritto alla vincita. Non vorrei scambiare la costanza, che in tante cose della vita è una virtù, con l’idea che il caso debba prima o poi premiarla.
Le dimensioni del fenomeno, senza confondere i numeri
Per accompagnare queste considerazioni ho cercato dati verificabili, consultati il 14 settembre 2026. La data di pubblicazione non coincide sempre con l’anno misurato, e partecipazione, spesa e dipendenza non sono la stessa cosa.
In Italia, la relazione sui giochi pubblici riferita al 2025 riporta circa 165,3 miliardi di euro di raccolta, 143,4 miliardi di vincite e 21,9 miliardi di spesa dei giocatori. La raccolta somma le puntate, comprese quelle finanziate rigiocando precedenti vincite: non sono 165 miliardi tutti persi. Il riferimento alla spesa tiene invece conto delle restituzioni. Le entrate erariali, comprensive delle ritenute sulle vincite, sono circa 11,47 miliardi. Camera dei deputati, sintesi della relazione 2025.
L’Istat, in una pubblicazione del 3 settembre 2026 riferita al 2024, stima che il 31,9% delle persone di almeno 14 anni abbia partecipato nell’anno a giochi con vincite in denaro: circa 16,609 milioni di persone. È un dato sulla diffusione, non un conteggio delle persone dipendenti. Istat, giochi e videogiochi nel 2024.
Per il mondo, una meta-analisi pubblicata nel luglio 2024 stima il 46,2% di partecipazione degli adulti negli ultimi dodici mesi e l’1,41% nella categoria del gioco problematico. Sono sintesi di rilevazioni di anni diversi, con definizioni e strumenti differenti, non diagnosi contate nel 2026. Non ho individuato una stima globale successiva direttamente comparabile. Tran e colleghi, The Lancet Public Health.
Non userei queste percentuali per stabilire chi, seduto accanto a me, abbia un disturbo. Mi servono a ricordare che non stiamo discutendo soltanto di una debolezza individuale o di qualche storia sfortunata. E neppure il fatto che un’attività sia autorizzata dallo Stato può trasformarla in una promessa di benessere.
Quanto è probabile vincere?
La domanda richiede una precisazione: vincere che cosa? Il premio massimo, un premio qualunque oppure una somma che, dopo tutte le puntate, ci lasci davvero in guadagno? Sono eventi diversi. Un premio pari al costo del biglietto restituisce il denaro: non lo aumenta. Anche una vincita più alta di una singola puntata può lasciare in perdita il bilancio della serata o dell’anno.
I calcoli seguenti riguardano una sola combinazione o un solo biglietto, nelle condizioni indicate, non una previsione personale. Le probabilità dei giochi numerici derivano dalle combinazioni possibili e dalle categorie premiate; le percentuali sono arrotondate. Per i giochi con estrazioni considero estrazioni uniformi e corrette. Non è una classifica dei giochi da preferire.
- Lotto, su una sola ruota e giocando esattamente i numeri richiesti dalla sortita: estratto, 1 su 18; ambo, 1 su 400,5; terno, 1 su 11.748; quaterna, 1 su 511.038; cinquina, 1 su 43.949.268. Sono cinque puntate diverse, non cinque probabilità applicabili indistintamente alla stessa schedina. Regole ADM del Lotto.
- SuperEnalotto: il «6» ha probabilità 1 su 622.614.630. Un premio numerico da almeno due punti, comprendendo anche il 5+1, ha probabilità complessiva di circa 4,9631%, cioè 1 su 20,15. Qui escludo SuperStar, WinBox e Seconda Chance. Categorie ufficiali.
- Eurojackpot: il 5+2 ha probabilità 1 su 139.838.160. Una qualunque delle dodici categorie premiate ha probabilità circa 3,1416%, cioè 1 su 31,83. Regole ADM.
- MillionDAY, giocata base: il 5 su 5 ha probabilità 1 su 3.478.761. Un premio da almeno due numeri indovinati ha probabilità circa 5,9935%, cioè 1 su 16,68. Probabilità ufficiali.
- VinciCasa: il 5 su 5 ha probabilità 1 su 658.008. Un premio da almeno due numeri indovinati ha probabilità circa 10,8777%, cioè 1 su 9,19. Categorie ufficiali.
- 10eLotto, dieci numeri giocati, venti estratti e nessuna opzione aggiuntiva: il 10 su 10 ha probabilità circa 1 su 30.963.246. Un premio della giocata base, che in questa configurazione comprende zero numeri oppure da cinque a dieci numeri indovinati, ha probabilità circa 10,9157%, cioè 1 su 9,16. Probabilità e premi ufficiali.
- Lotteria Italia, edizione 2025 conclusa con l’estrazione del 6 gennaio 2026: su 9.616.109 biglietti venduti, la probabilità del singolo biglietto di ottenere l’unico primo premio era 1 su 9.616.109. Non è la probabilità di un premio qualsiasi e non è il dato definitivo dell’edizione 2026, ancora in corso. Bilancio ufficiale dell’edizione 2025.
- Gratta e Vinci: non esiste una probabilità unica per tutti i biglietti. Per esempio, nella serie «2026» da 3 euro, il lotto iniziale di 12.960.000 biglietti contiene due premi massimi da 200.000 euro: 1 su 6.480.000. Sommando tutte le fasce, circa il 30,6717% dei biglietti ha un premio, ma solo il 15,4717% ha un premio superiore ai 3 euro pagati, prima di eventuali imposte. La differenza sono restituzioni del costo. Sono probabilità sul lotto iniziale, non sul residuo di una specifica ricevitoria. Piano premi della serie «2026».
Per scommesse sportive, poker, slot e altri giochi non esiste invece un’unica percentuale valida per ogni puntata: cambiano gli eventi, le regole, gli avversari e i premi. In particolare, la quota di una scommessa non è una probabilità certa, e una percentuale media di restituzione non promette al singolo giocatore di recuperare quella quota dei suoi soldi. Gambling Commission, significato della restituzione media.
Il caso non ricorda quello che gli abbiamo dato
Il «6» del SuperEnalotto offre un esempio comprensibile. Le sestine diverse che si possono scegliere fra novanta numeri sono 622.614.630. Una singola sestina ne copre una. Dieci sestine diverse, nella stessa estrazione, ne coprono dieci: aumentano la possibilità complessiva, ma non rendono intelligente o fortunata ciascuna sestina. Il denaro in più compra più tentativi, non una previsione migliore.
Giocare in estrazioni diverse è un altro calcolo. Se la probabilità di un evento è p e le estrazioni sono indipendenti, la probabilità di ottenerlo almeno una volta in n estrazioni è 1 − (1 − p) elevato a n. Le sconfitte precedenti non aumentano la probabilità della prossima estrazione. Nemmeno un numero assente da molto tempo ha accumulato un debito verso di noi.
E una probabilità «1 su un milione» non significa che dopo un milione di tentativi la vincita sia garantita. È proprio questo passaggio che vorrei non dimenticare: la possibilità matematica di un premio non è una promessa rivolta alla mia vita. Qualcuno vincerà, forse. Ma non posso impegnare il futuro delle persone che amo sul fatto che quel qualcuno debba essere io.
Quando fermarsi richiede aiuto
La parola ludopatia non dovrebbe diventare un insulto, né una diagnosi da attribuire guardando una sola abitudine. L’OMS descrive il disturbo attraverso la perdita di controllo, la precedenza crescente del gioco sulle altre attività e il continuare nonostante conseguenze negative. Possono esserci danni anche senza raggiungere una soglia clinica. Da questi criteri ricavo una cautela: fissare un budget o provare ancora piacere non basta a escludere un problema. OMS, gioco d’azzardo.
Rincorrere le perdite, aumentare le somme per cercare la stessa emozione, chiedere denaro per giocare o mettere in difficoltà il bilancio familiare sono segnali da prendere sul serio, non da coprire con «so quello che faccio». È prudente parlarne con un professionista e chiedere sostegno, senza aspettare di avere perso tutto. NHS, riconoscere i problemi legati al gioco.
In Italia, dal giugno 2026, l’ISS mette a disposizione il numero unico dipendenze 800 940 789, anonimo e gratuito, attivo dal lunedì al venerdì. Restano attivi anche i numeri specifici: per il gioco d’azzardo, 800 558822, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16. Il servizio orienta anche familiari e amici verso le risorse territoriali. Nuovo numero ISS e servizio dedicato al gioco.
Non basta dire a chi è in difficoltà di avere la forza che noi crediamo di avere. Posso essere fermo nel difendere il denaro della famiglia e, nello stesso tempo, non umiliare una persona che ha bisogno di aiuto. La frase che ha orientato me non deve diventare una condanna per chi non riesce a fermarsi. Questo saggio è una riflessione personale, non un test per stabilire chi sia dipendente.
Quello che vorrei lasciare ai miei figli
Figli miei, vorrei che tutti e tre ricordaste che il denaro ha una storia prima di arrivare sul tavolo. Può essere una mattina al lavoro, una rinuncia, una sicurezza costruita poco per volta. E spesso ha già una destinazione: qualcuno lo aspetta, anche senza saperlo. Guardare una puntata senza vedere tutto questo significa vederne soltanto la parte più piccola.
Non vi consegno il gioco come un’esperienza necessaria. Potete divertirvi, stare insieme e conoscere il gusto di una sfida senza puntare soldi. Se, da adulti, sceglierete diversamente, non chiamate libertà qualcosa che vi obbliga a mentire, a chiedere prestiti o a sottrarre serenità alla vostra casa. E non interpretate mai una vincita come la prova di essere al riparo dal rischio.
Ricordate quella domanda sul latte. Non per disprezzare l’uomo che la faceva, ma per non dimenticare i bambini che, senza sedersi al tavolo, potevano perdere insieme a lui. Vorrei che nella vostra idea di divertimento ci fosse sempre posto anche per chi ne sopporta le conseguenze.
Se un giorno vi accorgerete di non riuscire a fermarvi, parlatene. Non difendete un’immagine di forza a costo di restare soli con il problema. Chiedere aiuto non cancella la vostra dignità: è un modo per tornare a prendervi cura di ciò che conta.
Il gioco può costare il prezzo di una serata; non dovrebbe mai costare il domani di una famiglia. È questa, alla fine, la frase che aggiungerei a quella ascoltata da bambino. Perché il lusso più importante non è potersi permettere di giocare. È poter tornare a casa senza aver messo sul tavolo qualcosa che dovevamo custodire.
Papy